Un giorno alla Coop

E’ difficile immaginare, svegliandoci ogni mattina alla stessa ora, che la giornata non andrà come avevamo pensato sarebbe andata la sera prima, addormentandoci.
Di certo non si aspettava nulla di particolare Nicola, lavandosi i denti puntualmente alle sette, sbuffando già all’idea di dover rimettere a posto tutti i prodotti che gli avrebbero sparpagliato in ogni dove.
-Diamine, eppure è scritto: bisogna rimettere a posto i prodotti! Ma prima o poi lo trovo quello che mi mette i rigatoni nel banco frigo, prima o poi lo trovo e glieli faccio ingoiare uno a uno!
Sì, Nicola lavorava nel supermercato in via dei Mille, metteva in ordine, aggiornava i prezzi, controllava che le confezioni fossero integre e si preoccupava di mettere avanti i prodotti con la scadenza più vicina, anche se ogni volta i clienti prendevano quelli dietro, scombussolandogli i piani.
Qualche volta provava a fare il contrario, ma i consumatori, quei furbacchioni, mica li fregava così: quelli leggevano, controllavano date, ingredienti, prezzo al chilo… E lui ogni volta si ritrovava a dover mettere super offerte: adesso stava per scadere il pesto, ora era lo yogurt di soia.
Lui poi, come se il supermercato fosse suo.
Non era suo il supermercato, ma lui ci teneva più del proprietario, che poi era la Coop, quindi lui manco lo conosceva, questo proprietario, anche se “la Coop sei tu”, e forse per questo Nicola teneva così tanto all’ordine dei suoi scaffali.
La signorina Nella lo ringraziava ogni giorno, gli diceva che, da quando era arrivato lui, trovava sempre tutto quello che le occorreva, non come quando ci pensava Lucia, che a lei non fregava un tubo, né dei prodotti e né della Coop.
Anche Nicola non approvava il modo il cui Lucia svolgeva il suo lavoro, e infatti l’avevano spostata alle casse, dove faceva impazzire gli altri cassieri, non mettendo mai in ordine scontrini, spiccioli e sporte.
Ma non era più un problema di Nicola, e neanche della signorina Nella, alla quale bastava scegliere la cassa senza Lucia al timone.
La signorina Nella era signorina, ma aveva 67 anni, e si sentiva molto più giovane della signora Adele, anche lei cliente della Coop, e che era signora perché aveva marito, figli e nipoti, e di anni ne aveva 54.
Frequentava il corso di yoga con altre signorine sue coetanee e insieme preparavano cene a base di pasta integrale, cereali integrali, soia, quinoa, gomasio e tutte quelle cose che piacevano al loro insegnante, perché anche loro volevano piacere al loro insegnante, soprattutto da quando al corso erano arrivate tutte quelle giovani trentenni per le quali il maestro aveva addirittura dovuto mettere una lezione alle nove di sera, perché loro non riuscivano a tornare da lavoro in tempo.
Spesso la signorina Nella, però, barava e metteva nel carrello anche del pollo, a Pasqua non si negava l’agnello e a Natale comprava sempre cotechino e zampone, ma a Nicola importava solo che non mettesse a soqquadro gli scaffali della pasta, della sua dieta si curava poco, pure se le aveva promesso di non rivelare a nessuno i suoi piccoli segreti.
Quella mattina, mentre spazzolava per bene i denti, Nicola aveva deciso che finalmente avrebbe scoperto lo sciagurato che ce l’aveva con i suoi rigatoni e gliele avrebbe cantate.
Lucia, invece, mentre Nicola era quasi pronto, apriva gli occhi ancora assonnati, con nessuna voglia di andare a lavoro: era tornata a casa tardi, era il compleanno della sua migliore amica ed erano andate a ballare in discoteca.
La sveglia suonava ormai da mezzora, quando si decise a metterla a tacere, se non per sempre, almeno per quella giornata.
Lucia non sopportava i suoi colleghi, soprattutto Nicola. Proprio non capiva come fosse possibile avere così a cuore il destino di un pacco di tagliatelle, quando fuori la gente usciva, si divertiva, si godeva le ultime belle giornate d’autunno.
Stava pensando di darsi malata, ma poi si ricordò che lo aveva già fatto la settimana prima, dopo la laurea di Michele, quindi, lentamente, si alzò dal letto e andò verso la cucina a preparare il caffè, pensando alla signorina Nella che sicuramente l’avrebbe sgridata per il ritardo e per le occhiaie
-Quella vecchia, lei e lo yoga… La prossima volta gliela faccio fare io una bella figura con quel pollo che nasconde sotto la soia. In testa glielo attacco il pollo e pure la soia!
Lucia detestava i salutisti, soprattutto quando s’impicciavano dei fatti suoi, sempre pronti a darle consigli non richiesti: mangia questo per le occhiaie, e spalmati quest’altro per la pelle secca… Sembrava che fossero sempre lì in agguato a sottolineare i suoi difetti, dai capelli opachi ai pantaloni che le andavano più stretti.
A lei piacevano i panini del McDonald’s e le patatine fritte, e le bastava fare una corsetta nel parco per sentirsi a posto con la coscienza. Poi soffriva d’insonnia, era quello il suo problema, soffriva d’insonnia e al posto di stare nel letto a girarsi e rigirarsi, usciva con le amiche, pure se poi la mattina la sveglia diventava una vera e propria tortura.
Era la più giovane lì alla Coop, per questo ce l’avevano con lei, e per questo ce l’aveva con lei quell’antipatica della signorina Nella, che odiava tutte le donne sotto i 60 anni, ma pure quelle sopra.
Solo Mario la trattava con gentilezza, e a pranzo le preparava il panino col prosciutto San Daniele, quello che non mettevano mai in offerta, e le metteva da parte anche tutte quelle salsine e l’insalata russa, e passavano insieme la pausa, mangiando cose ipercaloriche e fumando come turchi, anche se poi arrivava Nella a dire che puzzavano di fumo e che l’insalata russa li avrebbe ammazzati.
-Schiatterai prima tu, dannata vecchiaccia.
Così pensava Lucia mentre chiamava l’ascensore e rivedeva le foto della sera prima sorridendo.
Mario, invece, non pensava a Nella, ma canticchiava allegro sistemando barba e baffi.
Era un omone di quasi due metri, ed era l’unico che riuscisse a far rispettare la fila anche quando finivano i numeri al banco dei salumi, eppure, a dispetto della sua stazza, non si arrabbiava mai, ed era anzi sempre cortese e felice.
Non gli davano fastidio neanche gli anatemi della signorina Nella, perché alla fine lo sapeva che era una vecchietta infelice, che se ce l’aveva con tutti era perché in fondo ce l’aveva solo con se stessa.
Mario leggeva molto, anche se faceva il salumiere, e più libri leggeva e più capiva che le persone cattive erano solo persone infelici, per questo lui si sforzava di essere felice.
Quando finiva di lavorare, portava gli avanzi a un vecchietto del suo condominio, il signor Arturo, che aveva una pensione che gli permetteva a stento di sopravvivere.
Insieme discutevano di letteratura, perché il signor Arturo, prima di diventare il vecchietto magro che viveva sotto il suo appartamento, era uno stimato professore di latino e greco, andato prematuramente in pensione per certi suoi problemi con l’alcol.
Con lui Mario aveva anche iniziato a scrivere, prima un semplice diario, poi veri e propri racconti. Al signor Arturo non piacevano, ma gli anni passati con studentelli poco dotati gli avevano lasciato pazienza e poche pretese.
Quella mattina Mario, però, era particolarmente allegro perché finalmente un suo racconto aveva catturato l’attenzione del signor Arturo, tanto che gli aveva chiesto di lasciarglielo per poterlo rileggere con calma. Non aveva mai pensato di poter fare altro che il salumiere, però, adesso, l’idea di fare lo scrittore iniziava a solleticargli la fantasia, anche se non aveva intenzione di parlarne con nessuno, neanche col signor Arturo, che lo avrebbe di certo riportato alla realtà con i suoi modi un po’ bruschi.
Per questo quel giorno si era svegliato alle cinque del mattino, aveva fatto colazione, la doccia e non vedeva l’ora di andare a lavoro per tornare dal suo vicino e chiedergli cosa pensasse del suo racconto e magari mettersi a scrivere la sua prossima storia.
Nel frattempo Nicola era già arrivato alla Coop in via dei Mille e stava chiacchierando con Maria, la donna delle pulizie, che era sempre la prima ad arrivare, dopo il vigilantes, certamente.
Mentre Maria si sfogava con Nicola di suo figlio che forse si drogava, e mentre Mario pensava che forse era un tipo come il figlio di Maria a mettergli i rigatoni nel banco frigo, era arrivato anche Mario tutto pimpante, cosa che gli altri non notarono, perché Mario arrivava ogni giorno pimpante e di buon umore.
Lucia, invece, era ancora sul tram, ne aveva persi svariati e il traffico aumentava il suo ritardo, lasciandole il tempo per togliersi di dosso l’aria assonnata, e continuava a scambiare messaggini e commenti con le amiche, anche loro assonnate e in ritardo.
Arrivò che gli altri erano tutti già all’opera, tutti tranne la signorina Nella, che in genere arrivava per prima con la sua sporta di tela e la lista delle cose da comprare.
Lucia non ci aveva fatto caso, i suoi colleghi neppure, mentre avevano tutti fatto caso al suo ennesimo ritardo, soprattutto Marta che aveva dovuto sostituirla alla cassa, perché i clienti erano già con i carrelli pieni.
All’ora di pranzo Nicola, stanco di inseguire decine di sospetti, finalmente si ricordò della signorina Nella:
-Oh, ma la Nella?
Mario si era guardato intorno col suo faccione sorridente e gli rispose con un’alzata di spalle, Lucia, invece dalla cassa se la rideva:
-Magari ha cambiato supermercato!
-Mannò, mi ha fatto mettere via le pappardelle integrali, ha detto che sarebbe venuta.
Il giorno prima, infatti, la signorina Nella cercava le pappardelle integrali, perché aveva deciso di invitare a domenica a pranzo le sue compagne di yoga, e le mancava solo la pasta, che non faceva più a mano da qualche anno per via dell’artrite.
Nicola le aveva assicurato che gliele avrebbe fatte trovare l’indomani, e lei era andata a casa tranquilla, con la mortadella in fondo alla busta e un paio di panetti di seitan in bella vista.
Non aveva amici la signorina Nella. Sì, c’erano le compagne di yoga, ma a dire il vero la sopportavano a stento e lei a stento sopportava loro, anche se si ostinavano a fare tutte quelle cene e quegli incontri.
Era vecchia. Era vecchia e sola, e nessuno avrebbe sentito la sua mancanza, neanche un nipote interessato solo alla sua pensione, niente.
Un po’ scocciata dal fatto di non aver trovato le pappardelle, aveva messo a posto la spesa: la zucca e il seitan in frigo, le cipolle sul balcone e la mortadella sul tavolo, pronta per uno spuntino veloce.
Non aveva molto appetito, a dire il vero non aveva molto appetito ormai da un po’ di tempo, ma il suo medico le aveva detto di sforzarsi di mangiare, che era normale, era l’età.
L’età. Questa cosa che avanza e tu non puoi farci niente, questa cosa che va avanti con tutte le cose che ancora ci sono da fare, come farsi una famiglia, avere dei figli, essere felice.
Non andò neanche a yoga. Nessuno si preoccupò di chiederle il perché di quell’assenza.
Passò tutto il pomeriggio a casa, con la mortadella ancora sul tavolo e la televisione accesa col volume al minimo, girando e rigirando con le sue pantofoline profumate alla vaniglia, senza trovare pace.
Andò a dormire presto, prima del solito, e si svegliò alle quattro, sempre inquieta.
Pensava a Nicola che le aveva messo da parte le pappardelle, a Lucia che non la sopportava, a Mario che era gentile, ma che era gentile con tutti, non solo con lei.
Decise di fare la spesa più tardi, non aveva mai visto la Coop nel pomeriggio, non sapeva quali clienti la frequentassero e neanche quali commessi avrebbe trovato, se sempre gli stessi o dei nuovi.
Avrebbe trovato sempre gli stessi, ma più stanchi: avrebbe trovato Mario più distratto, Nicola più frustrato e Lucia più annoiata, e pure Maria, la donna delle pulizie, pure lei sarebbe stata diversa dalla mattina.
La signorina Nella, invece, sarebbe stata sempre la stessa, sempre con una paroletta cattiva sulla lingua, sempre con la sua sportina consunta e sempre con qualche derivato animale da nascondere per bene fra spinaci e legumi.
Passò la mattinata a spolverare e a sistemare le sue cosucce: uno scialle da rammendare, un cappotto da spazzolare. Poi mangiò la sua mortadella non più fresca guardando un programma di cucina, perché ormai non seguiva più il telegiornale, le bastavano le quattro chiacchiere col portinaio che lo aggiornava di tutti i delitti più efferati, dei nuovi tradimenti nel palazzo, specie dell’inquilina del quinto piano, che rientrava ogni notte con uno diverso.
-Chissà se lo trova uno disposto a sposarla, e mica uno la vuole una così!
-Ah, ma vedrà che lo trova un fesso che se la prende, quelle come lei si sistemano sempre!
Il pomeriggio passò senza lasciare traccia di sé ed era ormai l’imbrunire quando Nella si decise a prendere la sua sporta e andare a fare la spesa.
Il malessere che l’aveva accompagnata la sera prima era del tutto passato, si sentiva di nuovo bene e sarebbe andata anche a yoga, alla lezione delle nove, con tutte quelle trentenni insopportabili.
S’incamminò pian piano, tanto il supermercato era a poche traverse da casa sua, accelerò un po’ solo quando si rese conto che era ormai orario di chiusura.
Nicola le ricordò subito delle pappardelle, mentre Lucia l’accolse con uno sbuffo e un “Non muore mai, oh!”, sottovoce ma non troppo. La signorina Nella prese il suo bel pacco di pasta integrale e andò da Mario per la bresaola, ma lui, che a quell’ora pensava solo ai suoi racconti, ci mise un po’ a capire che non voleva il salame e manco il prosciutto cotto, e si scordò anche le solite paroline cordiali che in genere le rivolgeva e che in genere rivolgeva a tutti.
Maria aveva già finito di pulire la zona del pesce, ed era sempre affranta perché suo figlio non rispondeva alle sue chiamate.
Lucia aveva già dato l’annuncio: La Coop è in chiusura, si pregano i gentili clienti di avvicinarsi alle casse.
Nicola aveva trovato i soliti rigatoni nel banco frigo senza essere riuscito a scoprire il colpevole, e non si era accorto che intanto Marta e Stefania, le altre due cassiere, se la ridevano alle sue spalle, perché, sì, erano loro due a mettergli quel dannato pacco di rigatoni nel banco frigo, uno scherzetto innocuo che però lo faceva impazzire e che faceva morire loro dal ridere.
Intanto la signorina Nella era arrivata alla cassa, quella di Lucia, che era l’unica ancora aperta, stava già per farle qualche commento mentre Lucia già si preparava a risponderle a tono; Maria stava sistemando il reparto frutta e verdura, Nicola aveva lasciato i suoi scaffali in perfetto ordine e Mario aveva già il casco in braccio e la testa altrove.
Erano tutti pronti a lasciarsi alle spalle l’ennesima giornata di lavoro, quando lui arrivò, con la sua felpa sporca, i capelli spettinati e una vocina tremolante che guidava una mano altrettanto tremolante.
Maria lanciò un grido: “Antonio! Antonio sei impazzito, o Gesù mio!” e svenne, Mario lasciò il casco a terra e si precipitò alla cassa, Nicola rimase paralizzato con Maria ai piedi e le altre cassiere alle spalle che lanciavano gridolini isterici.
Lucia non sapeva che fare, aveva il tasto dell’allarme sotto la cassa, ma non poteva muoversi: Antonio, il figlio di Maria, la donna delle pulizie, teneva la signorina Nella da un braccio e le puntava un coltelletto arrugginito alla gola.
-Se premi quel cazzo di allarme, l’ammazzo sta vecchia di merda, l’ammazzo! Dammi i soldi, muoviti!
Poi fu un attimo: il vigilantes gli si buttò alle spalle, Antonio spinse la signorina Nella che andò a sbattere contro lo spigolo della cassa, Lucia si mise a gridare, Mario si avventò anche lui sull’aggressore, che nel frattempo aveva iniziato a piangere con la sua vocetta stridula.
Tutto sembrava finito, minuti di completo delirio, quando a un tratto Lucia si accorse che dalla testa della signorina Nella si era formata una pozza di sangue che lentamente si allargava.
Chiamarono l’ambulanza, i carabinieri arrestarono Antonio in attesa di accusarlo di rapina a mano armata e omicidio colposo, fra le urla disperate di Maria che continuava a dare la colpa a se stessa, alle persone cattive, al diavolo e al mondo intero.
Il giorno seguente la Coop sarebbe rimasta chiusa, bisognava visionare i nastri delle telecamere, ricostruire l’accaduto.
Appurati i fatti, tolto anche l’ultimo residuo di sangue, il supermercato riprese la sua solita routine, senza pacchi di rigatoni nel banco frigo, senza i ritardi di Lucia, senza i brontolii di Nicola e i sorrisi di Mario, e senza le frecciatine della signorina Nella, che aveva sistemato tutte le sue cosucce, povera donna, come se si preparasse ad andare via, disse il portinaio, preparandole i funerali.

Francesco Ghirlanda

Fra un racconto e l’altro prendo delle pause. Questa è una di quelle pause, per cui più che un racconto, è un non so cosa che mi serve per riprendere fiato. Senza parmigiane e telecomandi.
(p.s. I nomi li scelgo sempre a caso, non conosco nessun Francesco Ghirlanda, ma, se dovesse nascondersene uno fra i miei lettori, allora gli consiglio vivamente qualche rituale scaramantico perché non si sa mai).

Francesco Ghirlanda ha 36 anni e una fronte molto ampia, segno di una vivace intelligenza, o almeno così gli han detto.
Dalla sua spaziosa fronte deve continuamente asciugare delle fastidiosissime gocce di sudore, goccioline che si ostinano a cadere anche quando è in assoluto riposo, cosa che pare dipenda dal suo sovrappeso, che è causa anche di una leggera aritmia, di un inizio di artrosi e di un rumoroso affanno.
Francesco Ghirlanda si è appena iscritto in palestra e già nello spogliatoio ha iniziato a sudare, ma è contento perché pensa che entro pochi mesi riuscirà definitivamente a eliminare quel fastidioso problema.
Indossa dei calzocini aderenti in tessuto tecnico, delle scarpe vecchie ma che sembrano nuove, tanto poco le ha usate, una canottiera in cotone blu e una fascia di spugna a coprirgli la fronte e la calvizie che avanza.
Guardandosi allo specchio, non si sente a suo agio, ma ha fiducia che anche il suo disagio sparirà, assieme alle goccioline di sudore, all’affanno e alle aritmie.
La lezione è iniziata: corsa sul posto.
Francesco regge, ma il sudore aumenta.
Saltelli, alternati a calci, alternati a corsa, alternati a saltelli. Fine riscaldamento, Francesco ce l‘ha fatta.
L‘istruttore lo guarda incoraggiandolo, con i suoi pettorali scolpiti e la fronte ben asciutta. Francesco gli fa un ok col pollice, perché il fiatone gli impedisce di parlare.
L‘istruttore diventa serio: adesso inizia la parte HIIT, siete carichi?
Come no, Francesco pensa, mentre gli altri continuano a saltellare.
E uno e due e tre e infiniti burpees, esercizi che Francesco sente nominare per la prima volta nella sua vita: al primo arranca, il secondo lo sfianca e il terzo lo lascia a terra. Finito, no, è una pausa, ricominciano i burpees.
Ne fa due, resta sdraiato col sudore e il fiatone, l‘istruttore lo riprende: dai Francesco, dai, ancora una serie.
Ancora una serie, sì, Francesco si rialza, la serie è finita, continuate a correre.
Jump squats, sembrano facili: uno va, due pure, al terzo il salto si fa debole, al quarto non ci prova nemmeno. Una è andata, ne mancano due e l‘istruttore, saltando e gridando, lo incoraggia fiero.
Acqua. Acqua e aria.
Altri salti, questa volta in avanti, uno lungo in avanti e tre per tornare, su una gamba sola: giocano a campana, lui a campana era una frana. Cade, riprova, sbaglia gamba. Finiscono anche queste serie, no, ricomincia, ma con l‘altra gamba, il ginocchio pulsa, dannata artrosi, il muscolo anche, si ferma.
Ormai ha capito: 20 secondi più 10 di pausa, per tre volte.
20 secondi, 20 secondi lo distruggono.
Adesso addominali: niente serie, via per un minuto ogni esercizio.
Abbassa la schiena, tieni il collo, inspira e contrai, espira rilassa.
Dieci esercizi, dieci minuti.
La schiena si blocca, la pancia traballa e lo sbilancia.
Dieci minuti terminati.
Pesi. Iniziamo con un peso minimo, giù il sedere, su le braccia, dieci volte.
Dodici esercizi, gli cade il bilanciere, la fascia va sugli occhi, già arrossati dal sudore.
Pesi terminati, stretching.
Francesco non arriva con le mani a terra, ma ne approfitta per respirare.
Lezione finita, ci vediamo mercoledì.
Le docce sono già piene, gli altri hanno gli asciugamani legati in vita e scambiano pareri su esercizi e alimentazione.
Francesco ha fame, a casa ha la parmigiana, altro che bistecca e insalata, quelli sono pazzi, addirittura qualcuno va a correre.
L‘istruttore lo ferma: bravo Francesco, mercoledì andrà meglio, domani vieni a correre, sì? Ci vediamo alle sette.
Francesco va a casa, tv e parmigiana. Mentre mastica, delle gocce di sudore gli bagnano la fronte, che è ampia perché è molto intelligente.
Domani alle sette corsetta nel parco, sì, ce la posso fare. Cambia canale, il battito accelera, prende il telecomando, affanno.
Domani, domani, adesso parmigiana, cambio canale, sudore sulla fronte, affanno, battito rapido, si appoggia sullo schienale, ingoia un boccone, gocce sul volto, altro boccone, altri battiti, allunga il braccio per prendere il telecomando, domani corsa, il cuore si arresta, fitta al braccio, la fronte si fa fredda, domani si corre, domani si…
Infarto.
Era in sovrappeso, sì, e quelle aritmie… E pensare che si era appena iscritto in palestra, povero Francesco, se solo avesse iniziato a fare sport un po‘ prima…

Filippo Maria Cozzolino

Questo è un racconto che mi è venuto in mente quando Max(WishAka), mi ha parlato del concorso de I Discutibili. Siccome non so mai stare nei limiti e siccome comunque l’ho scritto, lo metto qui e faccio pubblicità al concorso, anche se ormai siamo agli sgoccioli.

-La verità è che io non ho proprio nulla da dire!
Filippo Maria Cozzolino era un impiegato delle poste, di quelli col riporto ben lucidato e le manine magre e ossute, con le quali agilmente sfogliava bollette e francobolli.
Aveva 43 anni e viveva ancora con sua madre, Maddalena Acciarino, vedova di ferroviere, venuta a Roma dalle campagne campane per seguire il marito su treni e binari, gli stessi treni dove avevano passato la luna di miele, controllando un biglietto o facendo una multa.
Era figlio unico, si era diplomato in ragioneria, ma non era riuscito a trovare altro lavoro che alle Poste, impiego di cui comunque andava fiero, perché, diceva, offrire un servizio ai cittadini non era cosa da poco.
Tornava a casa verso le sette di sera e sua madre gli faceva trovare pronta la cena, sempre la stessa, la televisione sintonizzata sul telegiornale, e una mediocre bottiglia di vino rosso che però lei non beveva mai, preferendo il latte o una coca cola.
Non aveva una fidanzata, ma i suoi colleghi sapevano che era segretamente innamorato di un’altra impiegata, Betta, una trentacinquenne sola, pessima cuoca ma coll’ottimo pregio di credere che il silenzio fosse sinonimo di eleganza e signorilità, due qualità che decisamente le difettavano.
La vedova Acciarino, invece, parlava in continuazione: del meteo, della comare che aveva un figlio degenere, della vicina che si prostituiva perché altrimenti non si potevano spiegare tutti i suoi vestiti e i suoi gioielli… Parlava, parlava e gli raccontava del vicinato, del parroco e del macellaio, quell’impudente, che ogni giorno le faceva battute sulle salsicce, sulle bistecche, e lei sempre si indignava, ma col sorriso, perché era vedova, ma mica era una salma.
Mentre fingeva d’interessarsi alle ciarle della mamma, Filippo, continuando a mangiare, scambiava occhiate complici col padre, che lo fissava ogni sera dal centro della tavola, ben stretto in una cornice di finto argento, di quelle che diventano nere solo a guardarle.
Lo fissava col suo berretto da ferroviere, col treno alle spalle e il suo sguardo da giovincello, sempre pronto a raccontare le storie e le vite che passavano sui suoi binari.
Aveva iniziato a perdere i capelli appena preso il diploma.
Era una calvizie ereditata dalla madre, perché la famiglia paterna non contava calvi.
Anche il corpo gracilino lo aveva preso dalla famiglia della madre, pure se lei era tutt’altro che gracile, ma lui era la copia di suo zio Adelelmo, uno scapolo sessantenne impiegato al comune, con quale mansione nessuno lo sapeva.
Pranzava tutti i giorni nel ristorantino dietro le Poste, sempre solo e ordinando sempre lo stesso menù: spaghetti al pomodoro, cotoletta alla milanese e caffè lungo. Acqua naturale.
La cameriera neanche più gli chiedeva se volesse altro, si limitava a sorridergli come si sorride a un bambino, e a chiedergli quando avrebbe portato il pranzo alla sua fidanzata.
Lui le sorrideva garbatamente, infilando il tovagliolo nel collo della camicia, e le rispondeva che prima o poi a quel tavolo si sarebbe seduta lei.
E così ogni giorno: la cameriera a canzonarlo, lui che stava al gioco, e un bel piatto di spaghetti rossi rossi, col verde del basilico a fare da re.
Comprava il giornale solo per abitudine, ma in realtà non lo leggeva mai, prendeva il Corriere, perché gli sembrava quello meno di parte.
Suo padre era stato comunista, lui non sapeva cosa essere, ma votava DC perché andava a messa tutte le domeniche con sua madre e perché il parroco gli aveva detto che i comunisti sono dei balordi, pure se suo padre non era un balordo.
Non era neanche esattamente cattolico.
Non bestemmiava e andava a messa, ma la sua religione finiva lì, non come sua madre che ogni sera, fra un Mike Buongiorno e un Maurizio Costanzo, sgranava il rosario per la buon’anima del marito, perché era sì una brava persona, ma essendo comunista, occorreva che lei pregasse per lui, perché fosse comunque ammesso in paradiso.
La domenica, dopo la messa, accompagnava sua madre a prendere un gelato al parco, oppure, d’inverno, andavano in pasticceria a comperare due paste, per lei krapfen alla crema, per lui strudel di mele.
Aveva una vecchia cinquecento azzurra in buone condizioni, ma molto scomoda quando si trattava di fare la spesa. In compenso trovava facilmente parcheggio e soprattutto non poteva permettersi un’automobile diversa. Quando avrebbe avuto una compagna, allora avrebbe anche comprato una macchina nuova, magari una di quelle familiari americane, dove oltre a dieci figli, puoi mettere anche borsoni e ombrellone e andare al mare.
Claudio, suo vicino e amico di infanzia, aveva comprato una station wagon subito dopo il matrimonio, aveva avuto sei maschi e ogni giorno li scarrozzava per la città, li portava in vacanza e si divertiva un mondo con la sua auto e la sua mogliettina, ancora bella e giovane nonostante le gravidanze.
Filippo però non lo invidiava, solo, di nascosto quasi anche a se stesso, gli capitava di immaginare lui, Betta e i loro sei figli a bordo della stessa auto, mentre partivano felici per una settimana bianca, sicuri di non aver dimenticato nulla perché quel bagagliaio gli avrebbe permesso di portare con sé anche il superfluo.
Ogni tanto Claudio gli chiedeva quando si sarebbe sposato e gli proponeva qualche amica della moglie, in genere zitelle bruttine e poco simpatiche, ma che, a suo dire, andavano benissimo, perché una moglie doveva solo cucinare e fare figli.
Lui, intanto, aveva una consorte graziosa e garbata, che neanche sapeva cucinare e che addirittura lavorava, e avevano una donna di servizio, una vecchina di 70anni, ottima cuoca dal carattere burbero.
Betta anche lavorava, anche loro probabilmente avrebbero dovuto trovare una donna di servizio, oppure sarebbero andati a vivere con la mamma, pure se bisognava prima vedere se a lei andava bene.
Ovviamente, Betta non sospettava minimanente di queste fantasie del suo collega, sapeva, sì, che aveva una certa simpatia, che alle volte le capitava anche di ricambiare, però lei sognava di sposare un uomo ricco e raffinato, un uomo che le avrebbe permesso finalmente di non lavorare lasciandola libera di seguire la sua vocazione: oziare.
Oltre a non saper cucinare, Betta aveva anche il difetto di essere bruttina e soprattutto non faceva nulla per sembrare più graziosa.
Vestiva sempre allo stesso modo: gonna alle ginocchia, mocassini di cuoio marroni per le mezze stagioni, stivaletti alla caviglia d’inverno, e sandali d’estate; sopra aveva sempre una camicia a maniche lunghe, e sempre un golfino sulle spalle, ora di lana, ora di cotone, sul quale cadevano dei poco curati capelli castani, ispidi e disordinati, capelli di cui lei però stranamente si vantava.
Non portava occhiali, ma aveva comunque uno sguardo da miope, probabilmente perché credeva di darsi un certo tono, mentre, al contrario, otteneva il risultato di sembrare un po’ tonta.
Filippo era l’unico a corteggiarla fra i colleghi, e probabilmente era l’unico in assoluto, ma lei continuava imperterrita a puntare più in alto, tenendo comunque buono il suo unico spasimante, giusto per soddisfare quella naturale vanità che ogni tanto pretende anche lei qualche piccola vittoria.
In genere lavoravano distanti: lei alla cassa numero uno e lui alla dieci.
Lei non era una gran lavoratrice e non era neanche gentile con i clienti. Si vedeva che lavorava per campare, eppure faceva sempre la parte della donna emancipata che non aveva bisogno di un uomo per mantenersi, si credeva moderna e interessante, ma soprattutto era davvero antipatica.
In ogni caso, a Filippo piaceva, fantasticava su di lei e a modo suo la corteggiava ogni giorno.
A modo suo, perché come corteggiamento non era dei migliori e non era neppure troppo convinto: si limitava a sorriderle e a chiederle se volesse un caffè o un tè, invito che lei ogni giorno rifiutava e che lui ogni mattina rinnovava.
Però si capiva che gli piaceva, anche se non l’aveva mai invitata a pranzare con lui o a uscire.
Il punto era che per lui alcune cose dovevano andare in un certo modo, gli eventi dovevano svolgersi esattamente come li aveva pensati, e modificare anche solo una cosa banale come il pranzo, non era decisione da prendere così alla leggera.
Prima il caffè, poi avrebbe pensato al resto.
Che fosse un abitudinario lo sapevano tutti, all’inizio lo credevano uno sulle sue, uno di quelli che lavorano convinti di essere gli unici a lavorare, ma col tempo avevano familiarizzato con le sue stranezze, sulle quali comunque aveva la meglio la sua gentilezza e soprattuto la sua disponibilità a sostituire i colleghi in ferie o in malattia.
Appena arrivava a lavoro, sempre e immancabilmente alle sette e trenta, lasciava giacca e borsello nel suo armadietto, andava in bagno a lavarsi le mani, e senza fretta raggiungeva la sua postazione, dove, sempre in ordine, trovava le sue carte, gli spiccioli per il resto e un giornaletto con dei cruciverba per i rari momenti morti.
Faceva pausa verso le dieci, il tempo di un caffè, una sosta in bagno e poi di nuovo si immergeva fra bollette e pacchi, fino all’una, quando l’ora del pranzo gli regalava una pausa più lunga.
Allora si alzava, metteva il cartello “chiuso” alla cassa, si lavava le mani e andava a riprendere le sue cose nell’armadietto.
Poi comprava il giornale, che teneva arrotolato sotto l’ascella fino al ristorante, e lo sfogliava distrattamente aspettando che Rosina gli portasse il solito pranzo.
All’arrivo degli spaghetti, sorridendo alla cameriera, posava il giornale, andava a lavarsi le mani e incominciava a mangiare, sempre senza fretta.
Rosina ormai conosceva anche i suoi tempi, e sapeva esattamente quando portargli la cotoletta, che lui ogni giorno trovava ottima, complimentandosi con la cuoca.
Qualche volta gli capitava di trovare il bagno occupato, cosa che non lo scombussolava più di tanto, ma che comunque gli tirava fuori certi tic con i quali diceva al mondo che le cose non stavano andando per il verso giusto.
Quando qualche imprevisto lo costringeva a ritardare anche solo di pochi minuti, iniziava ad aprire e chiudere nervosamente la mano destra, mentre passava la sinistra sulla coscia, come a volerla asciugare dal sudore; se, invece, qualche conto non quadrava, iniziava a sollevare e riabbassare gli occhiali col naso, aggrottando la fronte, e continuando così fino a quando tutto non tornava in ordine.
Del resto erano poche le cose che gli davano fastidio, e in genere organizzava le sue giornate calcolando anche imprevisti, come quelli che accadono spesso al supermercato, pure se riusciva ad evitare anche quelli, facendo la spesa in orari meno affollati e soprattutto evitando i negozi più grandi.
Un tempo era la madre a preoccuparsi della dispensa, ma la vecchiaia da qualche anno le impediva di portare carichi eccessivi, per cui lui aveva dovuto inserire anche quell’incombenza fra le sue mansioni settimanali.
Non gli dispiaceva però aiutare la madre. Certo, lui era indipendente economicamente, ma era sempre vero che era lei a cucinare, a rifargli il letto e a pulire la casa, e lui non era di certo uno di quei figli ingrati che fino ai 50anni vivono a spese dei genitori.
Sicuramente un’ altra persona avrebbe trovato qualche difficoltà a dividere l’appartamento con la mamma a 40anni suonati, ma la sua vita non gli faceva pesare la sua presenza, non aveva donne da portare la sera, non rientrava mai tardi, e non aveva neanche bisogno di spazio: la sua stanzetta andava più che bene, potendo ospitare un letto, un comodino e un armadio.
Aveva anche un piccolo scrittoio, un mobiletto quasi sempre chiuso ma che ogni tanto gli capitava di aprire per scrivere qualche biglietto di auguri o di condoglianze, o per fare i conti a fine mese.
Aveva lasciato alla madre la stanza più grande, alla morte del padre avevano traslocato, ma lei non riusciva proprio a disfarsi dell’ingombrante mobilio matrimoniale. E in fondo a lui non dava nessun fastidio, non aveva motivo di privarla di quell’unico capriccio da vedova.
Aveva lasciato a lei anche la scelta dell’arredamento, si era preoccupato solo di avere un materasso comodo e un cuscino per la cervicale, una piccola noia che si portava dietro dai vent’anni.
Non ascoltava musica, eccetto quella che ogni tanto passavano in televisione; non era neanche un grande appassionato di letteratura, ma cercava d non farsi sfuggire le novità editoriali, letture che si riservava per le due settimane di ferie estive o per la settimana invernale, vacanze che trascorreva sempre con la madre, sempre ad Ostia d’estate e sempre a casa d’inverno, perché la madre non riusciva a viaggiare col freddo.
Non avrebbe avuto comunque altri compagni di viaggio, da quando il suo amico Claudio si era sposato, non usciva praticamente più, pure se ogni tanto accettava volentieri i suoi inviti a pranzo o a cena, portando con sé, si capisce, anche la mamma.
Ogni tanto Claudio gli faceva notare come stesse sprecando la sua vita, gli diceva che certe cose van fatte da giovani, che avrebbe dovuto pensare a divertirsi.
Non che gli desse torto, però non riusciva ad accettare che qualcuno trovasse da ridire sul suo stile di vita, che, in fondo, era un modo di vivere come un altro, non tutti siamo destinati al divertimento o a metter su famiglia.
Per di più lui non correva mai il rischio di trovarsi con il conto in rosso, non si strapazzava con alcol o facendo le ore piccole, e non aveva neanche i problemi che in genere si hanno con le donne: litigi, regali, attenzioni…
Certo, pensava a Betta, ma contemporaneamente pensava a come gli avrebbe stravolto la vita.
Probabilmente anche per questo motivo rimandava sempre di corteggiarla come si deve, e ancora più verosimilmente il suo sentimento non era che una delle sue innumerevoli abitudini, indispensabilie, sì, ma solo per scandire a dovere la giornata.
I suoi colleghi, però, si erano scocciati di quella routine e un giorno decisero di anticiparlo e di scrivere, copiando la sua grafia, un bigliettino a Betta chiedendole di uscire; fecero lo stesso con lui, imitando la scrittura di lei:
“Vediamoci domenica alle cinque al caffè della stazione”.
Non era firmato, ma quei balordi erano dei bravi falsari e Filippo non fu neanche sfiorato da dubbio che quell’invito fosse una beffa.
Betta reagì ridendo fragorosamente, ma la cosa la divertì talmente tanto che accettò senza pensarci troppo, sempre al caffè della stazione e sempre per la domenica successiva, anche perché non aveva niente da fare, non avendo nessun corteggiatore.
Lui, invece, si fece prendere dal panico.
Non solo la sua relazione con Betta stava precipitando vertiginosamente verso il mondo della realtà, ma quel suo precipitare lo costringeva anche a modificare i suoi piani domenicali.
In più doveva trovare una scusa per sua madre, non poteva dirle che aveva appuntamento con una donna, lo avrebbe costretto a presentargliela e in fondo sapeva anche lui che non avrebbe mai visto di buon occhio Betta e le sue cattive abitudini, come, ad esempio, quella di dare del tu a tutti, senza badare a età o carica.
Ma in fondo non era neanche sua madre il vero problema, era che lui non era abituato ad uscire la domenica pomeriggio, e la sola idea di dover prendere la macchina per qualcosa che non fosse il lavoro o un servizio, lo scombussolava non poco.
Decise comunque di tentare. Il biglietto non chiedeva risposta (l’avevano pensata bene quei furbacchioni), quindi aveva ben quattro giorni per pensare a come affrontare la situazione.
Si disse che il giorno dopo, alle Poste, avrebbe fatto finta di niente, convinto che anche lei avrebbe fatto lo stesso.
Rientrato a casa, non aveva appetito, ma per non destare sospetti, mangiò ugualmente, evitando però il vino, dicendo che aveva già bevuto dello spumante a pranzo, offerto da un collega che festeggiava un anniversario.
Si lavò i denti con cura, scelse i vestiti per l’indomani, e si mise a letto.
Il sonno tardava ad arrivare, mentre aumentava l’ansia di non riuscire a dormire abbastanza.
Anche le ore di sonno erano perfettamente calcolate: sempre otto, non un minuto di più e non uno di meno.
Sua madre soffriva d’insonnia e il medico le aveva prescritto un leggero sonnifero, pensò che non sarebbe stata una cattiva idea prenderne uno anche lui, e tornò in bagno dove c’era l’armadietto con i medicinali.
Appena lo ingoiò si sentì subito sollevato e tornò a letto rilassato, riuscendo poco dopo ad addomentarsi senza fatica.
Non aveva mai dovuto ricorrere a delle medicine per dormire, ma era vero pure che non aveva un appuntamento con una donna dai tempi delle scuole superiori. Questa novità lo turbò un po’, ma era disposto a tutto pur di non perdere le sue otto ore di meritato riposo, e pensò che sarebbe stata una cosa passeggera, sono ansie che fan presto a sparire quelle d’amore.
Amore, poi. Neanche sapeva se gli piaceva Betta, figuriamoci amarla.
No, era solo per la novità della situazione, non c’era altra spiegazione, e presto avrebbe ripreso le sue normali abitudini senza nessuna difficoltà.
Il giorno dopo la sveglia suonò come ogni mattina alle sei e trenta.
In genere apriva gli occhi qualche secondo prima del trillo, attendeva che suonasse e poi si alzava, preparava il caffè e mentre aspettava che la moka facesse il suo dovere, lavava accuratamente viso e orecchie e si vestiva; poi beveva il suo caffè, beveva un bicchiere d’acqua e si lavava i denti, pronto per un’altra giornata di lavoro.
Questa volta però qualcosa non andò per il verso giusto.
Forse per il sonnifero, forse per l’agitazione, questa volta Filippo si svegliò, sì, ma alle otto.
Si alzò preso dal panico, si vestì frettolosamente, dimenticando la cravatta e abbotonando la camicia alla rinfusa; non prese il caffè, non si lavò viso e orecchie e arrivò a lavoro tutto trafelato, tanto che i suoi colleghi credettero avesse avuto un incidente o un brutto incontro.
Tentò goffamente di minimizzare la cosa, andò nel bagno dei dipendenti per cercare di darsi un tono, ma le sue mani continuavano a muoversi nervosamente.
Era il primo ritardo della sua carriera.
Man mano che passavano le ore, la sua confusione aumentava; non erano neanche le undici, e aveva preso già tre caffè, aveva sbagliato tre volte a dare il resto e aveva mandato in tilt il computer; all’ora di pranzo non aveva appetito, perché i troppi caffè gli avevano dato un po’ di acidità, e decise di fare una passeggiata per negozi, per prendere un po’ d’aria e schiarirsi le idee.
Camminando, notò che le persone lo guardavano male; si specchiò in una vetrina e vide che i bottoni erano ancora tutti scombinati, per non parlare dei capelli!
Chiese cortesemente a un cameriere di fargli usare il bagno del bar e, per non risultare maleducato – in verità per paura che gli dicesse di no – ordinò un pezzo di strudel, che avevano solo alle pere; lo prese lo stesso, andando contro ancora una volta alle sue abitudini, e si diede una sistemata.
Riuscì a calmarsi, e il pomeriggio non gli riservò ulteriori scocciature, escluse le sue mani che non ne volevano sapere di star ferme.
Tornato a casa, disse alla madre che non avrebbe mangiato, che preferiva tenersi leggero perché non era riuscito a dormire bene; si mise a letto a leggere e si addormentò quasi subito, stremato dalla stramba giornata.
Le noie però non erano finite, perché l’ansia, quando non impedisce il sonno, lo agita con sogni funesti, e dei sogni funesti andarono a disturbare la notte del povero Filippo.
Riuscì a svegliarsi in orario, ma con addosso una strana sensazione, una sensazione che si sfogava tutta sulle sue mani.
Andando verso la macchina, si accorse di uno strano formicolio alle gambe: era dalla morte del padre che non gli succedeva, “un sintomo isterico”, aveva detto il dottore, ma comprensibile dopo un lutto; e perché lo aveva adesso quel formicolio?
Si ricordò che doveva ancora pensare a cosa indossare per l’appuntamento.
In verità non aveva dei vestiti eleganti, aveva, sì, quelli che metteva a lavoro, ma di certo lei si sarebbe aspettata qualcosa di più, qualcosa di adatto all’occasione.
Doveva comperare un vestito nuovo.
Aveva solo due giorni di tempo, e, siccome non gli piaceva fare le cose all’ultimo minuto, decise di andare il pomeriggio stesso, dopo lavoro, per poi avere anche l’indomani in caso di ricerca sfortunata.
Questo, però, significava arrivare tardi per cena, e anche spostare la spesa settimanale, spesa che avrebbe dovuto fare domenica se non avesse avuto l’appuntamento con Betta.
Mentre tutti questi pensieri gli roteavano per la testa e mentre il formicolio alle gambe aumentava assieme al movimento delle mani, non si accorse di un semaforo rosso, e superò come un pazzo un incrocio, finendo dritto dritto contro un mercedes nuovo di zecca.
Il padrone dell’auto uscì tutto infuriato, lui, invece, che ancora non si rendeva conto di cosa fosse successo, si ostinava a rimanere in macchina, con i finestrini tirati su, mentre l’altro dava pugni sul cofano per farlo scendere.
Nel frattempo erano arrivati i vigili, lui si prese la sua bella multa – la prima della sua vita -, e fu accompagnato in ospedale per degli accertamenti.
Le lastre non mostrarono nulla di rotto, ma il medico che lo visitò, notando la rigidità alle gambe e il tic alle mani, convinto che fosse sotto shock, gli diede dei calmanti; non volle contraddire il dottore, ma la paura di non riuscire a svegliarsi un’altra volta lo fece agitare ulteriormente.
Chiamò a lavoro, raccontò dell’incidente e disse che si sarebbe assentato anche il giorno dopo e il direttore non ebbe nulla da ridire, volle anzi sincerarsi della sua salute e fu lui stesso a consigliargli una vacanza.
Filippo non prendeva mai dei giorni fuori da quelli stabiliti. Non si ammalava mai, per cui neanche una semplice influenza lo aveva mai tenuto lontano dal dovere.
Adesso, però, l’idea di prendersi qualche giorno non gli dispiaceva: si rendeva conto di non essere nel pieno delle sue facoltà mentali, vedeva i suoi tic aumentare sempre più, per non parlare di quell’incidente!
Si chiedeva, solo, come avrebbe potuto trascorrere la mattinata; di prendere la macchina non se ne parlava, ma doveva in ogni caso fare la spesa e comprare il vestito.
L’appuntamento. Come poteva andare all’appuntamento senza macchina?
Il meccanico gli aveva detto che prima di lunedì non sarebbe stata pronta, e lui non poteva certo portare Betta a cena in autobus – perché dopo il caffè avrebbero sicuramente deciso di cenare assieme.
In taxi forse, ma avrebbe comunque fatto una magra figura, pure se con la sua cinquecento… Sì, il taxi sarebbe andato benissimo, e comunque lui le avrebbe spiegato, le avrebbe detto dell’incidente e lei si sarebbe anche commossa, si sarebbe preoccupata per la sua salute…
Betta. Betta non era tipo da preoccuparsi per gli altri, questo Filippo lo sapeva.
Sapeva anche che lei cercava sempre il partito migliore, che puntava al direttore o a qualcuno di ancora più importante.
Lo sapeva FiIlippo, lo sapeva bene. Sapeva anche che non aveva mai accettato il suo caffè alla macchinetta, eppure adesso era stata lei ad invitarlo per un caffè, al bar, di domenica.
Qualcosa non gli tornava, eppure non aveva dubbi: quel biglietto lo aveva scritto lei, solo che non si spiegava il perché.
Non sapeva neanche bene di cosa poter parlare, non conosceva i suoi gusti e lui non aveva niente di interessante da mostrarle o da raccontarle.
Poteva essere interessata una donna a un uomo come lui? Un uomo che ancora condivideva la sua vita con la madre, che non faceva che andare a lavoro, fare la spesa e andare alla messa?
Un semplice appuntamento stava mettendo in discussione la sua vita, tutte le sue abitudine, stava stravolgendo i suoi ritmi.
Mentre si faceva prendere da queste ansie, era tornato a casa, aveva tranquillizzato la madre, avevano pranzato insieme e aveva riposato un po’.
Uscì verso le cinque, voleva comunque comprare dei vestiti per l’occasione, nonostante tutto iniziasse a sembrargli strano.
Prima d’allora, non aveva mai dovuto modificare le sue giornate, si rendeva conto che avere una compagna mal si conciliava col suo mondo.
Era davvero disposto a cambiare le sue tabelle di marcia per una donna? Per quella donna?
Uscendo si era dimenticato di avere la testa fasciata, l’incidente lo aveva fatto sbattere contro il volante e al pronto soccorso gli avevano messo sette punti; niente di grave, ma il suo aspetto sconvolto risultava ancora più strampalato con quella fasciatura.
Stava andando, quasi sovrappensiero, verso la boutique dietro l’ufficio postale, anche perché non conosceva altri negozi, in genere era sua madre a scegliergli i vestiti, molti dei quali venivano dall’armadio di suo padre.
Suo padre. Se non fosse morto così presto, lui probabilmente adesso avrebbe una vita meno monotona: senza il peso della madre, senza l’obbligo di portarla in giro, di farla divertire…
Certo che lei avrebbe potuto anche andare a vivere da suo zio Adelelmo, in fondo era solo anche lui e, anzi, a lui sì che sarebbe servita una donna in casa, qualcuno che gli preparasse da mangiare.
Filippo sapeva cucinare, se la cavava discretamente ai fornelli, ma sua madre non gli permetteva di preparare niente, doveva occuparsi lei di certe cose.
A lui all’inizio andava anche bene, era comodo trovare la cena pronta, il bagno pulito, il letto rifatto… Ma non era abbastanza per tutto quello cui lui stava rinunciando.
Prese un autobus, non lo faceva da anni.
Per arrivare alla boutique avrebbe impiegato circa 45 minuti, traffico permettendo, questo lo ricordava. Non ricordava però di dover fare il biglietto, e il controllore non lo multò solo perché impietosito dal suo aspetto: era evidentemente in uno stato quasi febbrile.
Pensava contemporaneamente a Betta, al vestito, a sua madre, al lavoro, e mentre pensava parlottava fra sé e gesticolava come se avesse avuto un interlocutore.
Gli altri passeggeri lo guardavano in modo strano, qualcuno rideva, altri si allontanavano; lui sembrava non accorgersi di loro, impegnato com’era con i suoi farfugliamenti.
Intanto oltre a non riuscire a muovere bene le gambe, oltre ad aprire e chiudere la mano destra, ad asciugarsi la sinistra sulla coscia, aveva iniziato anche a sollevare e abbassare gli occhiali, come quando non gli tornavano i conti – perché anche adesso, in fondo, si trattava di conti che non tornavano, pure se il denaro non c’entrava nulla – e per di più i calmanti che gli avevano prescritto in ospedale gli davano una poco rassicurante aria da ubriaco.
Arrivò la sua fermata, scese spintonando qua e là gli altri pendolari e attraversò la strada senza neanche guardare se passassero macchine.
Un automobilista gli gridò qualche parolaccia, ma lui non se ne avvide, continuava a camminare come ipnotizzato, sempre parlottando fra sé, con le mani impazzite e le gambe che parevano di legno.
A un certo punto si fermò al ristorante dove i suoi colleghi andavano per l’aperitivo, e prese qualcosa da bere, spaventando quasi la cameriera.
Prese un tavolo vicino alla finestra e non si accorse che dietro di lui, troppo divertiti per notarlo, c’erano Betta e uno degli autori dello scherzo.
Lei aveva scoperto tutto, ma al posto di prendersela aveva deciso di stare al gioco e adesso se la ridevano alle sue spalle.
Nessuno dei due lo aveva riconosciuto, solo Betta aveva alzato lo sguardo per vedere chi fosse quel pazzo, ma non vi si soffermò più di tanto per paura di innervosirlo, per cui lui poté ascoltare tutta la conversazione.
In realtà anche lui non si accorse subito di loro, solo dopo qualche minuto iniziò a riconoscere le voci, soprattutto la risata sguaiata di Betta.
Presto gli fu tutto chiaro: il biglietto, le risatine di lei, l’improvviso interesse dei suoi colleghi per i suoi impegni…
D’un tratto i tic si fermarono.
Il naso si decise a lasciare in pace gli occhiali, le mani smisero di muoversi e anche le gambe trovarono quiete.
Ordinò una bistecca alla fiorentina. Erano le sette del pomeriggio, ma la cameriera non fece obiezioni.
Un quarto d’ora dopo aveva la sua bistecca nel piatto e iniziò a mangiarla lentamente ma con gusto, mentre quei due dietro ordinavano un altro spritz e avevano ormai cambiato completamente argomento.
Finito il pasto, ripiegò sapientemente il tovagliolo, e con un tono del tutto diverso da quello con cui era entrato, chiese cortesemente il conto.
Pagò, si rassettò la camicia e si alzò, restando fermo per qualche secondo.
La cameriera non si era accorta che mancava una posata quando aveva sparecchiato il tavolo e se ne stava tranquilla al bancone, controllandosi il trucco in uno specchietto da borsetta e scambiando qualche battuta con la cuoca, di cui si sentiva solo la voce fra un rumore di piatti e una canzone alla radio.
Lui la fissava sorridendo, ma all’improvviso il suo sguardo si fece serio.
Si girò verso i due colleghi senza dire una sola parola, ma con un sorriso folle e immobile, restando così per un intero minuto.
Loro intanto, presi dall’imbarazzo, cercavano di capire se lui avesse effetivamente sentito qualcosa della loro conversazione, ma l’alcol aveva un po’ confuso le idee a entrambi e non riuscivano a ricordare in quale momento parlavano di lui e soprattutto se ne avevano parlato a voce alta.
Neanche il tempo di gridare aiuto, Betta si era ritrovata nel petto il coltello con cui FiIlippo aveva tagliato la sua fiorentina, e una e due e tre e dieci volte, con una rapidità e una furia da non credersi possibili; intanto l’altro, il collega, costretto bruscamente alla lucidità, si era lanciato su di lui cercando di fermarlo, ma Filippo, terminato il lavoro con Betta, pugnalò anche lui, anche se con meno violenza, lasciandolo mezzo morto a terra, mentre la cameriera e la cuoca gridavano disperate fuori del ristorante, cercando aiuto.
I poliziotti lo caricarono senza fatica, aveva lasciato cadere a terra il coltello e non aveva opposto nessuna resistenza, e, anzi, mite come un agnellino, si era fatto condurre in macchina quasi sollevato, sorridendo alla piccola folla che nel frattempo si era radunata davanti al ristorante.
-Come non ha niente da dire, ha ucciso due persone!
-Ecco, sì, me ne rendo conto… Ma, non so proprio… Ecco, credo che c’entrino le otto ore, io se non dormo otto ore ogni notte…

Fine