Anonymous? Sì, grazie!

18 mag

Seguo Anonymous da poco tempo, troppo poco per permettermi di parlare di quest’idea senza il timore di cadere in errore; è però molto tempo che mi sono stancata della politica, di quella parlamentare come di quella da bar, è molto tempo che mi sono stancata delle organizzazioni politiche, ancorate a ideologie trapassate e per questo immobili, per questo incapaci di guardare seriamente ai problemi reali;
molti si sono rifugiati nel Movimento 5 stelle, un movimento che, a mio avviso, non ha portato nulla di nuovo, ma ha dato solo modo a qualcuno di sfogare sentimenti e frustrazioni personali.
Politico dovrebbe essere ciò che concerne il governo di una collettività, e la collettività dovrebbe essere il primo motore delle azioni politiche; inutile sentenziare oltre: è storia vecchia e non farei che aggiungere inutili parole al solito minestrone di lamentele.
Infatti non voglio parlare del governo, voglio parlare di Anonymous e esattamente del perché credo che Anonymous possa fare qualcosa.
Le varie organizzazioni politiche e sociali presenti sul territorio, si muovono battendo strade ormai vecchie: chi ancora urla al comunismo, chi al fascismo; chi vuole la lotta armata, chi solo il suo tornaconto; e insomma, anche qui poco da aggiungere.
Anonymous fa altro, non parla in termini di fascismi e comunismi -pure se combatte Casa Pound- parla in termini di diritti, di doveri, di qualità di vita, parla guardando al mondo, dicendoci: “da noi accade questo, guardate un po’ cosa accade qui”; l’idea di Anonymous è globale, e in quanto globale è di tutti, è per i diritti di tutti, per il rispetto di tutti, senza dimenticare la storia, ma senza lasciarsi trascinare in inutili lotte fra defunti ideologici.
Le sue battaglie sono a tutto tondo: contro la pedofilia, contro il maltrattamento degli animali, contro la violenza politica, contro la censura mediatica.
Non rispecchiarsi in queste battaglie non significa essere “democratici”, significa essere pazzi, oppure essere dalla parte dei carnefici e da quella dei bavagli mentali.
Io non sono un hacker, non sono attivista, non sono niente, ma, se Anonymous è un’idea, allora io sono questa idea.
Non è terrorismo, non sono un branco di comunisti-anarchici-ebrei-immigrati-atei-fattoni, sono convinta di questo.
Anonymous siamo tutti, siamo tutti noi che non indossiamo simboli perché sappiamo indignarci da soli, perché abbiamo una nostra sensibilità.
E questo, evidentemente, spaventa molto di più di un “vaffanculo” in piazza o di una bandiera, perché non mette etichette, non identifica nessuno. Credo sia questo il senso di Anonymous, e questo senso mi piace.
A voi non so.

http://anonitaly.blogspot.it/2013/05/siamo-un-idea-non-siamo-terroristi.html

Benvenuti al Sud?

15 mag

Ho trovato un articolo che mi ha fatto pensare: ha per argomento certi luoghi comuni (almeno, l’articolo li spaccerebbe per tali, ma al mio orecchio suonano nuovi) sul nord Italia, ma pure sul centro; insomma parla male di quello che non è sud.
Inutile starli ad analizzare, sono veramente assurdi (però, se volete farvi un’idea dell’assurdità umana, si legge in un minuto, eccolo qui:10 cose che….un terrone deve sapere prima di trasferirsi al nord), ma davvero mi fa specie il fatto che si possano pensare certe cose senza sentirsi minimamente ridicoli.
Ognuno di noi ha dei pregiudizi, io i miei ho imparato a trattarli come cose di poco conto, come barzellette che mi ricordano il mio non sfuggire alla maledizione dell’italiano medio: so che sono pregiudizi e li tratto come tali, non li combatto solo perché mi servono per identificare quelli altrui (e anche per sentirmi nella media, che a volte è una necessità). Ecco, ognuno di noi ne ha, però pochi sono disposti a riconoscerlo e soprattutto pochi sono capaci di ammettere che le loro convinzioni sono, appunto, solo pregiudizi e non “esperienze” o “racconti” o “ora le cose sono cambiate, ma un tempo…”.
Un pregiudizio di cui si parla poco, è quello dei cosiddetti terroni sugli altri cosiddetti polentoni. Per fortuna i miei natali mi hanno salvata da entrambi: con un padre friulano e una madre pugliese proprio non avrei potuto permettermi pregiudizi di sorta, ma i miei natali non mi hanno impedito, invece, di sfuggire alle scemenze che in genere si raccontano su quegli strani alieni che popolano il nord del Po.
Al sud ti dicono che se vai al nord ti trattano tutti male, che pensano tutti che tu sia mafioso, che mangi pizza e taralli e che balli solo tarantelle.
Al sud ti dicono che quelli del nord amano il loro mare -che poi i liguri non farebbero male ad amarlo, ma vabè-, ma poi vanno in vacanza al sud.
Al sud ti dicono che al nord costa tutto di più, che se hai bisogno di una mano puoi anche morire, che lo smog è talmente tanto che se ti soffi il naso devi gettare il fazzoletto, che se vuoi un po’ di verde devi prendere il treno, che non sanno cucinare, che non sanno scherzare, che non sanno cosa sia la campagna, le cose semplici, che stanno sempre a lavorare, che non si sposano (sì, me l’hanno detto), che fa così freddo che tanto vale andare in Scandinavia, che la polenta fa schifo, che la lasagna è napoletana, etc, etc.
Assurdità, ecco, assurdità che non vale neanche la pena di contestare perché sono esattamente delle corbellerie. Però una cosa mi dà fastidio, mi dà fastidio questa facilità con la quale noi del sud insultiamo, offendiamo tutto ciò che non è meridione, questo campanilismo immotivato poi, perché non bisogna dimenticare che noi meridionali non risparmiamo neanche noi stessi dai nostri veleni!
Forse, al posto di lottare per l’Erasmus, dovremmo lottare per un più urgente gemellaggio fra atenei, per far conoscere sul serio ai tanti scemi che popolano la nostra penisola -da nord a sud- quegli strani esseri che amano fare il bagno nel grigio dell’Adriatico, che se sentono un accento siculo scappano pensando di avere a che fare con un mafioso, che sono tutti leghisti, perché lo ha detto l’amica mia, quella che sta a Milano.

Ok, adesso basta leggere tutto specularmente, perché noi italiani siamo veramente uguali, anche in questo tipo di stronzate.

La bionda e Severino

15 mag

Le fidanzate. Odio le fidanzate, non sempre certo, ma le odio quando s’improvvisano madri/babysitter/badanti dei loro fidanzati.
Un giorno ero alla Feltrinelli, cercavo un libro, credo Bergson, ad ogni modo ero tra gli scaffali di filosofia. Si erano avvicinati due ragazzi: lei carina, ordinatissima, bionda -perdonatemi, ma le antipatiche sono quasi sempre bionde, almeno nella mia testa-; lui cicciottello, barba incolta, riccio, pareva più piccolo di lei quasi, e invece doveva avere qualche anno di più. Lei sfogliava con aria da saputella, prendeva un libro, sorrideva smorfiosamente, mente lui sudava freddo per l’indecisione, neanche li sfiorava i volumi, li guardava solo, intimorito. Finalmente, messi da parte i tremori, aveva deciso: Emanuele Severino, La filosofia dai greci al nostro tempo, la filosofia antica e medioevale. Era soddisfatto! Si vedeva chiaramente, era contento della scelta, lo era fino a quando non è intervenuta lei, lei e i suoi perfetti capelli biondi, lei e il suo ghigno da saputella:
-Ma sei sicuro? Guarda che Severino è un autore importante, mica lo capiscono tutti! Anche per me è difficile.
A parte la voce di lei, tremenda -essì che nei ricordi le cose brutte sono ancora più brutte e poi per me le persone antipatiche non hanno neanche un pregio- mi era dispiaciuto tantissimo vedere l’entusiasmo di lui andare letteralmente a farsi benedire, e per di più per colpa di una antipaticissima bionda!
Era un giorno di quelli, uno di quelli in cui ti svegli e ti dici:
-Oggi faccio qualcosa che non ho mai fatto in vita mia, oggi voglio lasciare un segno, pure piccolo, pure minuscolo, a costo di dover ruzzolare e lasciare come unico segno un bernoccolo!
Ebbene, ero convinta ancora nel mio proposito mattutino e decisi che non ci sarebbe stata un’occasione più propizia:
-Prendilo!
Si erano girati entrambi verso di me, lui con la sua aria afflitta e lei con la sua smorfia da “So tutto io, io alle medie prendevo ottimo”.
-Severino, dico. Prendilo, è un’ottima guida.
Lei aveva capito che la odiavo, ma era più interessata a sminuire lui:
-Sì, ma lui non capisce niente di filosofia, questo libro sarebbe difficile anche per me!
Me l’aveva servita. Diamine, di solito non faccio questo tipo di cose, ma volevo andare fino in fondo:
-Beh, questi volumi servono appunto per chi è a digiuno, potrebbero adottarli anche alle superiori per quanto sono semplici; poi basta integrare con i testi e magari con qualche enciclopedia come il Dal Pra.
Il Dal Pra, quel coso strano che non conosce nessuno, avevo pensato di tirarlo in ballo da subito, perché ero certa che l’avrebbe messa in difficoltà, lei e il suo ottimo delle medie.
Finalmente lui sorrideva, intanto lui da dietro sorrideva e sfogliava, di nuovo soddisfatto, il suo Severino, mentre lei sputava veleno.
-Vedremo.
Lo trascinava proprio, invece lui ancora mi sorrideva, pareva ringraziarmi mentre la sua babysitter non riusciva a credere di aver subito un simile affronto, da una come me per di più, che oltre a essere tremendamente nerd, sembro anche una ragazzina appena uscita da scuola (per fortuna il trucco fa miracoli).
Insomma ero contenta, ma ero certa che non era stato il difendere la dignità di lui a procurarmi piacere -credo che per uno che si lascia trattare così da una tipa del genere, ci siano ben poche speranze, ma voglio continuare a sperare-, bensì qualcos’altro, qualcosa che però ancora mi sfugge, ma che credo sia vicino al superare la timidezza, pure se quella volta lo feci in una maniera non simpaticissima.
Però era una bionda e se lo meritava, oh!

La favola della Vita

14 mag

Nelle favole ti dicono
che dopo il buio viene sempre la luce
che l’amore trionfa e che i cattivi,
a un certo punto, scompaiono
inghiottiti dal nulla.
Nelle favole ti dicono
che resta solo il bello,
perché il bene trionfa sempre
ché se il tuo cuore è vero
se è limpido e sincero
allora nulla lo potrà fermare,
se non la morte,
ma nelle favole non esiste la morte,
esiste il lieto fine, che non è una fine,
ma è un inizio, sempre radioso.
Poi a un certo punto la vita prende parola:
un attimo di silenzio, di raccoglimento
e le favole svaniscono
con esse gli amori, il bello, il bene;
resta il dolore, restano i cattivi, resta la morte,
perché quella esiste,
non dar retta alle favole.
E’ ora di andare a dormire.

Cronaca di una morte annunciata, G.G. Marquez, Mondadori 2004

14 mag

Ho deciso di annotare le impressioni sulle letture, di farlo non attendendo troppo per evitare che le idee si confondano. Ho terminato “Cronaca di una morte annunciata” di Marquez e credo d’essermene fatta un’idea piuttosto precisa, anche se temo possa non essere condivisa.
La trama è inizialmente confusa, ma solo all’inizio e solo perché vengono introdotti molti personaggi -molti per la brevità della storia-, ma s’indovina presto la semplicità della vicenda: un uomo deve morire, nessuno, né le persone né gli eventi, fa nulla perché questo non accada; la tragedia si mette in moto nonostante gli stessi esecutori -e non ho scelto questo termine a caso per i due fratelli Vicario, il cui nome già racconta del loro ruolo, di vicari, di vice- che pure fanno di tutto affinché qualcuno impedisca loro di commettere il delitto.
Santiago Nasar, il colpevole/non colpevole, è ignaro della macchia che lo segna o comunque si comporta da innocente; all’annuncio dei boia nessuno crede che il delitto verrà commesso; la madre di Santiago non riesce a cogliere la sventura nascosta nei sogni; si ritrovano tutti complici: Santiago è colpevole della sua morte perché ignora la sua colpa; i due fratelli sono colpevoli di voler lavarsi le mani cercando qualcuno che li fermi; l’intera comunità è colpevole perché attende, passiva, che gli eventi accadano.
Unica innocente -ma colpevole in quanto causa ultima dell’omicidio- è la madre, la sola davvero all’oscuro di tutto, la sola davvero armata della voglia di salvare il figlio.
Tutti gli altri temporeggiano, non vedono l’evidenza, diventano ciechi, della cecità della colpevolezza, dell’omertà.
Il destino. Balena l’inevitabilità del fato, quello stesso inarrestabile volere che distruggeva gli eroi ai tempi della tragedia greca. Ed è, in fondo, questo racconto una nuova tragedia, trasportata ai nostro tempi, quindi senza dei, senza capricci e per questo ancora più tremendamente umana.
Se, pure ciò che poteva essere così facilmente scansato, risulta alla fine inevitabile, cosa resta ancora in potere dell’uomo? Cosa può ancora l’uomo: costretto ad uccidere, reso colpevole, ammazzato?
Ecco la domanda che leggo in Marquez, la stessa domanda che si legge fra le pagine di Camus, di Eschilo, fra le pagine di Storia; la stessa domanda, sempre identica nei secoli, cui nessuno è riuscito a dare una risposta, neppure quel Dio che tante speranze pareva prometterci.

STORIE DIMENTICATE

Ti racconto per non dimenticare

Lavorare con fermezza

Utili consigli per chi è disposto a tutto pur di lavorare

Molto Humor Per Nulla

no Measure for Leisure

UniversoPoesia

Da Matteo Fantuzzi quanto di buono offre la poesia italiana contemporanea. Forse.

Allun è emoc erappa !

In un paese veramente libero potresti tirare le porte con la scritta "spingere"

@andpalmieri

Non puoi leggermi tra le righe se ne scrivo una sola.

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