Luigi Caraffa, una tragedia semiseria

“Dio li accocchia e poi li scocchia”, quella santa di mia madre aveva proprio ragione, e io a Dio ho voluto dare una mano: lui mi ha accocchiato e io mi sono scocchiato! E uno fa presto a parlare, “povera donna” di qua, “povera donna” di là… E io? Che dovrei dire io?
Ma voi non potete sapere, no… Allora adesso vi racconto tutto per filo e per segno, dall’inizio!
Dunque, incominciamo! Il mio nome è Luigi Caraffa, “Giggino” per gli amici e vengo… Vabbè, venivo da un’ottima famiglia della Napoli bene, gente altolocata, rispettabile, e sono stato per lungo tempo tra gli scapoli d’oro del Vomero, tanto che mia madre disperava di poter avere un domani dei nipotini:
– Giggino! – mi diceva – Giggino, è vero che non ho l’età per diventare nonna, sono ancora giovane, piacente… Ma tu non mi puoi far stare così, che ancora non hai una fidanzata, un’innamorata!
E aveva ragione, però io a quel tempo alle donne proprio non ci pensavo, o meglio, ci pensavo, sì, ma solo per divertirmi.
Fino a quando non incontrai lei.
Ero con i miei compagni in un bar di via Caracciolo, un baretto senza pretese che frequentavamo solamente perché ci lavorava Mario, un carissimo amico, e in effetti lo chiamavamo “da Mario” anche se il bar non era suo, ma di un omaccione grosso, un napoletano verace, un po’ rozzo ma buono: Renato Esposito, meglio conosciuto come “Rino o Spantecat”, perché gli veniva il patema al solo pensiero di fare qualunque cosa, anche una cosa banale come un caffè; per questa ragione Mario gli era divenuto assolutamente indispensabile, sia perché portava clienti, e i guadagni da quando c’era lui erano a dir poco raddoppiati, e sia perché così non era costretto ad avere a che fare le persone, con i loro schiamazzi e le loro lamentele. E un po’ anche per questo era diventato il bar “da Mario” perché alla fine là dentro si vedeva solo lui, mentre Rino rimaneva per lo più in cucina a preparare tramezzini e a chiacchierare con qualche compare sfaccendato.
Non ricordo quanto avessimo già bevuto, ma di certo non ero nel pieno delle facoltà mentali quando d’un tratto la vidi: bella come la Madonna, vestita di tutto punto, mora, ben fatta, ma soprattutto mi guardava! Guardava me e non come in genere si guardano i ragazzi che bevono, no! Mi guardava e mi sorrideva!
Rimasi imbambolato a rimirarla per qualche minuto, o per qualche ora, chi lo sa!, quando gli altri mi presero e mi trascinarono verso la trattoria, perché ormai erano tutti quasi completamente sbronzi e affamati. Pagammo il conto e mi portarono di peso, perché io, più morto che vivo, continuavo a fissarla, senza badare più a niente e nessuno, mentre lei si allontanava, ignorandomi, con un’amica grassa e brutta che lei sì, lei mi guardava come si guarda un mascalzone.
Ma mica gli altri non se n’erano accorti! Il vino addormenta i sensi, è vero, però in certi casi ti rende ancora più fetente di quello che sei, e loro, che m’avevano visto sbiancare come di fronte a un fantasma, avevano subito indovinato la fonte del mio spavento:
– Ohè, Giggino s’è ‘nnamurat’!
– Uè, Giggino si sposa!
E con questi sfottò, tra serenate e scenette improvvisate sul mio freschissimo amore, arrivammo a fine serata che già pensavamo a come scoprire chi fosse, quanti anni avesse, se fosse libera o promessa, e via dicendo.
– Mario! Bisogna chiedere a Mario che lui sa tutto, lui conosce tutti!
E Mario infatti lo sapeva chi era, lo sapeva bene
-Madonna, Giggì, quella è la figlia del maresciallo Garofalo, statt’ accort che suo padre di spasimanti ne ha fatti scappare a diecine! Non so’ ricchi, ma so’ un po’ così, vogliono fare i signori colla puzza sotto al naso, capace che non ti vogliono perché non tieni il castello. Lascia perde’, sei giovane, godiamoci la libertà, al matrimonio poi si pensa!
Ma io non ne volevo sapere, la volevo conoscere a tutti i costi e i miei amici, nonostante tutti i discorsi sulla libertà, sul maresciallo, sulla madre che pareva una strega, erano comunque disposti ad aiutarmi, e il primo fu proprio Mario perché, il caso alle volte, il bar di Rino era proprio di fronte casa dei Garofalo e prese ad informarmi di ogni sua mossa, e pian piano le sue abitudini divennero le mie, come quella di passeggiare il pomeriggio su via Toledo, trascurando il mio dovere al negozio e facendo così spazientire quel pover’uomo di mio padre
– Sono innamorato, pà!
– Tu sei scemo, altroché!

Vuoi come non vuoi, riuscii a incontrarla, superai la diffidenza del maresciallo, per la quale non mancarono di aiutarmi denaro e conoscenze, ci fidanzammo e un anno dopo furono celebrate le nozze, fra i pianti isterici di mia madre, che è vero che voleva dei nipoti, ma non pensava di dovermi maritare a una figlia di carabiniere, mentre la madre di Maria già macchinava di trasferirsi, lei e i suoi novanta chili abbondanti, in quella che sarebbe diventata casa nostra, ma per fortuna suo padre visse abbastanza per salvarci dalle fantasie di quella ingombrante futura vedova.
Venne una figlia, e poi un figlio e infine un’altra figlia, e per fortuna che di femmine ne avevamo avute due, che si sa come sono le nonne: devi per forza dare il loro nome ai nipoti che sennò non solo la fanno pagare a te, ma pure al figlio che non hai chiamato come loro, quasi fosse un bastardo! La primogenita la chiamammo col nome di mia suocera, Maddalena, che a me non piaceva per niente; mia madre se la prese un po’, però, quando nacque il secondogenito, ebbe la sua rivincita, poiché la recente scomparsa di mio padre garantì al defunto la precedenza sul pargolo, che così si chiamò Ciro anziché Giuseppe, e meno male perché quella non avrebbe mai mandato giù l’idea di dover accettare un nipote che non portasse il nome del suo trapassato consorte.
Esclusi i capricci delle suocere, ero davvero felice: avevo una moglie giovane e bella, tre figli sani e robusti, gli affari andavano a gonfie vele; non mi mancava nulla, mi sentivo al riparo da ogni disgrazia, e me ne andavo spensierato ogni giorno per le strade della vita convinto che nessun male potesse scalfirmi, perché effettivamente così mi pareva, ma che ne potevo sapere io che la jella tramava alle mie spalle per pugnalarmi senza pietà?
Jella poi… altro che jella, si trattava proprio di fetenzia!
Un giorno vidi la mia Maria ridere e scherzare con una faccia di burro di quelle che prenderesti a schiaffi solo per l’antipatia che ti fanno!
-Oh Luigi, ti presento Filippo. Ricordi? te ne avevo parlato qualche giorno fa, quel mio amico d’infanzia; ti avevo detto che sarebbe venuto a trovarmi dopo tanti anni!
Lui non m’aveva degnato di uno sguardo, lei invece continuava a guardarlo con occhi adoranti; io lo scrutavo da sopra a sotto, volevo capire chi fosse questo amico d’infanzia di mia moglie di cui non ricordavo proprio niente, e più lo studiavo più mi pareva fatto di burro: completo di lino chiaro manco fosse tornato da un safari, baffi neri e lisci, capelli imbrillantinati e uno sguardo da rammollito che accompagnava delle movenze da damerino francese, ma di quelli dell’altra sponda, mica raffinato! Aspettavo che mi tendesse la mano per un saluto virile, ma lui, che forse non aveva ben chiara la differenza tra un uomo sposato -marito della donna con la quale stava facendo lo smargiasso- e una signorinella, pensò bene di salutarmi con un inchino, esclamando per di più un goffo
– Incantato!
– E che si so’ scordati di spiegarvi come si saluta il marito di una vostra conoscente?
– Ma dai, caro, certe cose non s’usano più, non fare l’antico come al tuo solito! E poi sarà sicuramente stanco, non è vero Filippo? E’ appena tornato da Parigi, ci vuol del tempo per riabituarsi ai nostri modi demodé, ché mica in Francia si usano ancora certe scemenze. Ah, a proposito, per oggi sarà nostro ospite, non ti dispiacerà vero? Avrebbe dovuto raggiungere i suoi a Capri, ma il mare è troppo agitato, non vorrai avere un morto sulla coscienza, no?
Pure! Quella faccia di burro doveva dormire a casa mia!
– Nessun problema cara, tanto più che si tratterebbe di una sola notte.
E che avrei dovuto dirle? Ma fosse stata davvero una notte, avrei anche potuto sopportare, ma quello sotto al mio tetto doveva rimanerci molto più di una notte, con Maria che faceva di tutto per non farlo partire: e ora il mare era in tempesta, ora sua madre lo voleva per cena, oppure era pallido o c’era una serata cui non poteva assolutamente mancare.
– Ma manca da così tanto tempo in città, non mi pare carino cacciarlo!
– Chi lo vuole cacciare, però c’ha i genitori a Capri, può pure dormire da loro e partecipare lo stesso a tutti i ricevimenti che ti pare!
– Tu sei invidioso!
– Marì, ma quale invidioso e invidioso!
– E invece sì: tu sei invidioso, perché finalmente qualcuno mi dà un po’ di attenzioni, finalmente ho un amico, una persona cara con cui parlare e tu… E tu, tu sei solo un egoista! Tu vuoi la mia rovina!
– Ma che dici, ma di che rovina parli! Marì, ma che non lo vedi come ti guarda… E che! Mo un amico ti guarda a quella maniera?
– E come mi guarda, sentiamo?
– Lo so io come ti guarda!
– Ah ah! Ecco che ti scopri finalmente! Sei geloso!
– Non m’hanno ancora fatto fesso, questo è! E poi quello mangia il pane mio, e io mi so scocciato di ‘sto scroccone!
Mai l’avessi detto! Da geloso mi accusò di essere taccagno, io! Quando quella, per risparmiare due lire, ci faceva mangiare ogni giorno zuppa di carote
– Fanno bene alla pelle e alla vista! E poi pure mammà mia me la faceva mangiare sempre, lo vedi che capolavoro è uscito?
E grazie, quella tirchia della madre che le poteva dare da mangiare? Ma io mica ero povero che dovevo fare la fame perché lei era abituata così, ad essere braccino corto! Ma guai a ricordarle della zuppa di carote davanti all’amico suo, perché per lui sulla nostra tavola magicamente erano comparsi il manzo, l’arrosto, le aragoste, i babà, le sfogliatelle. Non è che uno voglia pensare male a tutti i costi, all’inizio credevo volesse fare bella figura con lui che era ricco, pensavo che volesse fargli vedere che pure noi facevamo pranzi da re e invece non era così, eh no. La sorpresa vera doveva ancora arrivare!

Me ne stavo beato nel mio negozio a godermi l’ultimo affare andato a buon fine, una specchiera di fine Settecento di cui pensavo non mi sarei mai liberato, quando entrò come una furia Mario, tutto agitato, col fiatone, ben attento, però, a non far cadere un vassoio che portava, credo senza rendersene conto, con quattro caffè, lo zucchero e quattro bicchieri d’acqua, ordinati da quattro clienti che sicuramente non avrebbero più messo piede nel suo bar; entrò, dicevo, come un pazzo gridando:
– Giggì! Giggino calmati, per l’amor del Cielo!
Io mi credevo fosse uscito pazzo
– Uè Mario! Sono calmissimo, siediti. Che è successo?
Mentre gli porgevo una sedia per farlo sedere, continuava a girare per la stanza, ora chiedendo una grazia alla Madonna, ora a san Gennaro, che poi lui manco ci credeva, né alla Madonna e né a san Gennaro. Quando finalmente si sedette, si rialzò subito, ancora più agitato:
– No Giggì, siediti tu! Siediti!
– E mi siedo pur’io, certo! Mi vuoi dire finalmente che ti prende?
– Sei calmo?
– Sono calmo.
– Siamo soli?
– Solissimi!
– Bene!
In quel momento parve accorgersi del vassoio che ancora teneva in mano
– Un caffè?
– E dammi sto caffè!
Ripensandoci, forse anche un po’ pentito di quella che doveva essergli sembrata la più folle delle proposte
– No no, lascia stare che poi tu c’hai le coronarie… Lascia stare, bevi un po’ d’acqua tiè!
Avevo definitivamente perso la pazienza, e quasi minacciandolo gli gridai
– Ohè Mario, qua le coronarie me le stai facendo saltare tu! Mi dici una buona volta cosa diavolo t’è successo?
Non l’avevo mai visto così: era pallido, sudava e tremava, non riusciva a guardarmi negli occhi e, anzi, cercava in tutti i modi di evitare il mio sguardo.
– C’hai ragione, c’hai proprio ragione, ma fare così, non ti agitare che poi mi agito pure io! E certo che anch’io nella tua situazione…
– In quale situazione?
– La tua!
– E che situazione sarebbe?
– Eh… Vuoi un caffè?
– E lascia perdere sto caffè, me lo vuoi dire cos’è sta situazione?
Mi fissava stupito, pareva che guardasse uno scemo, si alzava e sedeva di nuovo, serio e scuro in volto, cercando le parole più adatte; nel frattempo aveva bevuto tutti e quattro i caffè e, finalmente accomodandosi mi fece:
– Giggì, sei cornuto.
– Che?
– Tieni le corna!
– Ah!
Non riuscivo a pensare. Guardavo Mario che, sempre col vassoio nel palmo, mi fissava e tentava di capire che tipo di reazione mi stesse cogliendo.
– Giggì, lo hai capito che sei cornuto?
– E l’ho capito, l’ho capito! E chi te l’ha detto?
– Gli occhi miei!
– Ah!
E mentre io mi sentivo mancare, quello aveva pensato bene di raccontarmi nei minimi dettagli la scena cui aveva appena assistito, e man mano che s’addentrava nei particolari sentivo il cuore venirmi meno e la testa diventare pesante come un macigno.
– So’ venuti al bar mio! Quella buona donna di tua moglie mica lo sa che io e te siamo compari, ché se lo sapeva non veniva a fare certe porcherie davanti a me, co’ quel mezzo cretino poi! E come se la intendevano, avresti dovuto vederli, due piccioncini proprio!
E parlando scimmiottava la faccia di lui, con le labbra protese a dare un bacio a un’amante immaginaria. A quel punto mi tornò un minimo di coscienza.
– Era coll’amico suo?
– Col francese.
– Ma quale francese e francese, quello è di Pozzuoli, so’ più francese io di lui!
– A Giggì, che ne so, tutto lo chiamano ‘o francese, e io pure lo chiamo così!
– Vabbuò, non importa. e al bar tuo stavano?
– Proprio.
– Qualcuno li ha visti?
– Giggì, è sabato pomeriggio, c’è il sole, il bar è su via Caracciolo… Lo sa mezza Napoli!
Di nuovo il vuoto mi prendeva, ma ebbi la forza di rivolgergli un’ultima domanda.
– E tu sei sicuro che non ti abbiano riconosciuto?
– Mica badavano a me, intenti com’erano a scambiarsi bacetti e parolette!
– E sì sì, non c’è bisogno di insistere. Ma tu sei proprio sicuro che non t’abbiano visto?
– Ohè Giggì, te lo sto dicendo da due ore e poi tua moglie non mi conosce!
Come ricordandosi finalmente del bar e dei clienti, si alzò all’improvviso.
– Mè, io devo scappare, ma tu non preoccuparti che quelli come te -mimando le corna- so’ assai!
Detto questo, aggiustandosi il grembiule, uscì con passo militaresco, tutto soddisfatto del servizio reso alla patria.
Ero rimasto solo nel mio negozio, ancora incapace di formulare un pensiero di senso compiuto.
– So’ cornuto
mi ripetevo, ma senza sofferenza, quasi con gioia, quasi soddisfatto, e a un certo punto iniziai a ripetermelo ad alta voce:
– So’ cornuto! Giggino Caraffa è cornuto!
E gridando e ridendo, non riuscii a trattenere le lacrime, fino a quando tutto non prese a girare, come se m’avessero dato un colpo in testa. Poi fu nero e silenzio.

Mi svegliai al Cardarelli con una flebo al braccio sinistro, e l’occhio destro nero e gonfio come un pallone, perché cadendo ero andato a sbattere contro un tavolo del 1839, legno massiccio, robustissimo, che per miracolo non mi aveva distrutto la faccia. Non ricordavo nulla di quel che era successo, anzi, pensavo di essere stato colto da delirio, magari per una febbre o per lo stress -c’è da dire che lavoravo parecchio in quel periodo- invece mi bastò un’occhiata più attenta per vedere mia moglie, consolata dalla stretta tenera e virile del suo amante, parlare preoccupata col medico del reparto. Mi tornarono alla mente Mario, i caffè, le corna, il bar su via Caracciolo, e tutta Napoli, medici compresi, che mi chiamavano “Giggin’ ‘o cornut’”.
Dovevo fare qualcosa, dovevo reagire, così pensai bene di vendicarmi un po’ su quella fetente di mia moglie, facendo leva sul senso di colpa.
– Aaah!
– Luigi! Giggino, ti sei svegliato!
– Aaah!
– Giggino, che ti senti? C’hai dolore?
Pareva seriamente preoccupata, forse davvero pensava che potessi morire da un momento all’altro; io a dire il vero stavo benissimo, mi sembrava d’essermi svegliato dopo una notte di bagordi: mi girava la testa, sì, e anche l’occhio mi faceva male, però tutto sommato ero stato peggio. Ma lei, lei meritava di soffrire, doveva preoccuparsi, se ancora un minimo di coscienza scuoteva la sua anima peccatrice, se ancora provava un po’ d’amore per quel cornuto di suo marito! E poi mica so cose che basta uno svenimento e si dimentica tutto, magari! Senza contare che, mentre ero lì, coll’occhio pesto, la testa bendata, la flebo al braccio, quella comunque c’aveva appresso l’amichetto suo, e mica l’aveva spedito alla sua bella Capri, no! Me l’aveva portato al capezzale mentre recitava la parte della moglie premurosa.
– Giggì, non farmi preoccupare, dimmi che tieni, che ti senti!
– Marì… Marì… sapessi che tengo…
– E che tieni, dimmelo!
– C’ho il fiato della morte sul collo!
– Oh Madonna santissima! Filippo, Filippo presto, chiama il dottore!
Mi divertiva vederla agitarsi a quel modo, e poi chi lo sa, forse con me moribondo su un letto d’ospedale avrebbe pure potuto decidere di riprendere la retta via, di tornare da me, innamorata come un tempo. E su, in fondo si sa come vanno certe cose, gli sbandamenti servono proprio a comprendere quanto grande sia il proprio amore per l’altro, saremo mica tutti dei santi, saremo mica tutti sicuri dei nostri sentimenti! Ne ero certo: Maria sarebbe tornata sui suoi passi e avrebbe guardato con disprezzo e pentimento alla sua tresca con quel bellimbusto… che poi, amico… non si vedevano da anni, certamente un tempo dovevano essere stati intimi, ma ora non avevano più rapporti e quell’infatuazione doveva essere stata dettata sicuramente dal ritorno violento di ricordi felici, ma niente di più, un ritorno alla gioventù, ecco. E che, si può mettere a repentaglio la propria famiglia, il proprio prestigio per una stupidaggine del genere?
Sì, la mia Maria mi avrebbe amato di nuovo, la paura del mio male avrebbe riacceso in lei la fiamma della passione; ora si trattava solo di prolungare la mia degenza in ospedale, o per lo meno di fare in modo che i medici si convincessero del mio assoluto bisogno di riposo. Non era semplice perché non avevo davvero nulla che potesse giustificare i dolori che mi ostinavo a lamentare da mattino a sera e gli stessi dottori, per quanto ben disposti nei miei confronti, ad un certo momento dovettero dubitare della mia sincerità poiché, dopo una settimana di inutili esami, controlli e visite specialistiche, il primario in persona -il primario di cardiologia, eh, mica di un reparto qualunque- venne da me con aria titubante:
– Signor Caraffa, dobbiamo parlare…
– E’ grave dottore, vero? Sto morendo?
Quest’ultima sceneggiata doveva averlo finito di stancare, perché il suo tono, da pacato e imbarazzato, si fece alterato e di rimprovero.
– Signor Caraffa, lei crede veramente che noi medici siamo qui a farci prendere per i fondelli da gente come lei? Crede che non l’abbia capita? Lei mi fa veramente così stupido da non aver compreso i suoi sporchi intenti? Aah, ma io la dimetto oggi stesso, anzi: prepari le valigie perché le sue dimissioni partono da questo momento esatto!
I miei piani erano miseramente falliti, non avrei mai convinto quell’uomo a rilasciarmi un certificato che testimoniasse una malattia qualunque, pure un raffreddore stagionale. Stavo già per disperare quando mi venne un’idea, patetica va bene, ma che m’importava, io dovevo farla pagare a quella… A quella sprovveduta!
Allora mi diedi un tono, mi sollevai leggermente con la schiena, in modo da essere quasi seduto -anche perché da sdraiato sarei sembrato meno credibile-, abbassai gli occhi assumendo uno sguardo grave e risoluto, e fra quelle pareti bianche, fra quei bianchi macchinari, con la flebo e il viso malconcio dovevo avere sicuramente un’aria da martire; respirai profondamente e infine parlai:
– Ha ragione dottore. Lei ha perfettamente ragione, questa commedia non ha più senso alcuno ed è giunto il momento ch’io mi assuma le mie responsabilità.
L’effetto era stato ottenuto, lo vidi annuire, ma non con la soddisfazione di chi ha finalmente ristabilito ordine e regole, no, pareva più incuriosito, preoccupato quasi e si mise a sedere sulla sedia accanto al letto, quella che in genere occupava mia moglie quando non era distratta da presenze più interessanti; si mise a sedere invitandomi con gli occhi a proseguire.
– Ha ragione: sono un disgraziato, un commediante, un buffone! Ma… Ma lei deve comprendermi, lei deve capire che nella mia situazione era l’unico modo per riavvicinarmi a mia moglie!
Non se l’aspettava, proprio non se l’aspettava, però era chiaro che qualcosa iniziava ad intuire
– Sua moglie? Che c’entra sua moglie?
– Eh, mia moglie!
Avevo colto nel segno! La sua attenzione era completa, riuscivo quasi a pregustare la sua compassione per me, cornuto e innamorato, che non aveva altri mezzi se non quello di fingersi vicino alla morte per riconquistare la donna amata; una patetica e ridicola commedia ma nata dalla più nobile delle motivazioni: la famiglia.
– Suvvia, dottore, non faccia finta di non sapere, ormai ne parla mezza Napoli. Comprendo la sua discrezione, ma le sto parlando come a un confessore: mi dica, lei cosa avrebbe fatto al mio posto? Non si sarebbe aggrappato alla speranza più sciocca? Non si sarebbe servito dei mezzi più subdoli? Ebbene lo ammetto: sono un patetico cornuto che vuole riavvicinarsi a sua moglie anche a costo di doversi fingere prossimo alla bara!
Non erano proprio le parole che avrei voluto dire, se solo avessi avuto modo di preparare un discorsetto, che so, di fare qualche prova prima, avrei sicuramente scelto dei termini più adeguati, avrei studiato qualche atteggiamento d’effetto, una lacrima, un ardore… Però quel “cornuto” pronunciato con dolore e rabbia lo portò definitivamente dalla mia parte; un po’ divertito forse -eh, le disgrazie altrui, specie se si tratta di corna, fanno sempre ridere-, sì, mi sembrava che sorridesse, ma era chiaro ormai che era scomparso ogni astio, intravedevo addirittura un’aria di complicità.
– Quindi lei mi sta dicendo che tutta questa commedia, che tutto questo fingere e accusare mali inesistenti, insomma, lei mi sta dicendo che fa tutto questo per sua moglie?
Annuii fingendo una dolorosa vergogna.
– O bella, e non poteva parlare prima? L’avrei dimesso, ovvio, ma con l’obbligo di riposare, con la cura di tenere lontane preoccupazioni, magari aggiungendoci qualche massaggio, una vacanza.
– Eeh, dottò, ma lei lo sa quanto sanno essere stupidi gli uomini innamorati! Io volevo solo che Maria si preoccupasse per me, che capisse quanto male… quanto dolore…
E lì scoppiai in lacrime, un po’ perché ormai ero entrato nella parte, ma un po’ perché davvero mi bruciava questa faccenda delle corna. Fatto sta che questa debolezza imprevista lo convinse del tutto a diventare mio complice e mi preparò delle dimissioni coi fiocchi.

– “Si consiglia assoluto riposo, al riparo dal lavoro e da preoccupazioni familiari e/o extrafamiliari”. Giggì, ma che vuol dire “extrafamiliari”?
– Eh! Che ne sai che a qualcuno non venga in mente di farmela sotto al naso, magari proprio approfittando della mia debolezza? Quello è medico: tutto vede e tutto sa!
– Mah, sarà, io però non ho mai letto prescrizioni del genere.
– E si vede che i medici che conosci tu non sono poi tanto buoni!
– Pure Carmela ha detto che è strano, questo certificato è proprio strano!
– Eeeeh, e tu giusto a quella scema dell’amica tua vai a chiedere! Ma ora basta, basta, su, che mi sento già affaticato, e tu, al posto di accudirmi, vai a cianciare di cose che non puoi capire!
Sì, sì, lo so: non era un certificato proprio nella norma, ecco, però, oh, mi aveva dimesso il primario, mica uno specializzando qualunque! Quella teneva il fatto suo cui badare, aveva la coda di paglia, e quella prescrizione, quelle parole la facevano tremare come trema il peccatore al cospetto di Dio!
– Va bene, va bene! Ma quindi si può capire che hai?
– Tengo che le femmine so’ tutte fetenti! Ecco che tengo!
Finse di non aver capito, e allora io ripetei:
– C’ho il cuore debole, debbo stare attento ai fetenti e alle fetenzie!
– Ahahah! Giggì, ma quali fetenti, che noi conosciamo solo gente per bene! Avanti su, vestiti che è pronto, sennò si fredda!
Ci mettemmo a tavola: io, Maria, i nostri figli, e, naturalmente, Filippo.
Non mi aveva rivolto la parola, non mi aveva neanche chiesto delle mie condizioni, niente! Stava lì, mangiava, faceva gli occhi a mia moglie e di sicuro sperava che schiattassi per fare finalmente i comodi suoi, come se già non li facesse poi…Ti sarebbe piaciuto, ah, mascalzone! E quella cretina di mia moglie comunque me lo metteva a tavola, di fronte a me, lo faceva dormire a casa mia, lasciava che accompagnasse i ragazzi a scuola, e così, oltre che cornuto mi facevano pure fesso!
Non vedevo Mario da quel disgraziato giorno dei caffè, non era neanche venuto a trovarmi in ospedale, o meglio, era venuto, ma tutte le volte dormivo come un bambino e le infermiere non gli permettevano di svegliarmi.
– Oh, Giggì, quelle so’ delle stronze di prima categoria! Ma ti pare che non si possa neanche svegliare un amico? E che!
C’era rimasto davvero male, soprattutto perché si sentiva in colpa per la notizia che mi aveva dato
– Tu pure, però, non potevi scegliere un momento migliore per dirmelo?
– E che, mo c’è pure un momento per sapere se uno è cornuto o meno?
– Che c’entra, ma magari si andava a prendere un caffè, un aperitivo…
– Seh, e intanto tutta Napoli lo veniva a sapere, tutta Napoli tranne te! No, no! Certe cose si devono sapere subito!
– Sì, tu però sei proprio sicuro di aver visto bene? Non è che non era Maria, ma solo una che le somiglia?
– Oooh, Giggì, al bar mio non ci vengono troppe femmine e ti assicuro che la tua… “Tua”, vabbuò, insomma, ti assicuro che Maria è l’unica donna fatta come Dio comanda fra le clienti che ogni tanto si affacciano, non è che ci si possa sbagliare tanto facilmente!
– Va bene, va bene: era Maria. Ma forse non stavano facendo niente di male, ti sarai sbagliato, in fondo può essere, no? Con tutta la gente, il via vai…
Mi fissava con pietà. Si vedeva lontano un chilometro che i miei erano solo gli ultimi appigli di un uomo disperato. Lo avevo capito anche io ormai, eppure ancora qualcosa in me mi faceva sperare che fosse tutto un tragico errore, che non erano le corna a farmi star male, ma solo un periodo di forte stress, per il lavoro, per le preoccupazioni quotidiane.
Ma Mario continuava a fissarmi, costretto a confessare una verità ancora più terribile per allontanare ogni dubbio.
– So’ venuti pure ieri.
Di nuovo quella sensazione di vuoto.
– Erano allo stesso tavolo dell’altra volta, solo che non stavano tutti allegri, discutevano di una questione da sbrigare al più presto.
– Parlavano d’affari?
– Eh… ‘Na specie.
– Che vuol dire, di che parlavano?
– Che vuol dire… Tu lo sai, no, che tengo le telecamere al bar… Da quella volta che quei camorristi volevano usare i miei tavoli come ritrovo.
– Sì, lo so, ma che c’entra?
– E fammi arrivare, e quanto sei impaziente!
– E arrivaci però!
– Ci arrivo, ci arrivo! Insomma, quella volta lì, avvisai i carabinieri e loro decisero di piazzare qua e là qualche microfono… Sai, per avere delle prove. Beh, io quei microfoni li tengo ancora.
– E?
– E, visto che erano già venuti, visto che sono tuo amico, ho ascoltato la registrazione.
– E che dicevano?
– Eh!
Non voleva parlare, voleva e non voleva, qualcosa lo tratteneva, mentre qualcos’altro lo spingeva. Non lo avevo mai visto così, Mario era abituato a sentirne e a raccontarne di tutti i colori, non c’era cosa che potesse sconvolgerlo. O così credevo.
– Giggì, io te lo vengo a dire perché tu sappia e possa correre ai ripari, ma bada che non ti verrei mai a raccontare una cosa simile se non fossi assolutamente certo! Il negozio come va?
– Bene, bene… Ma che c’entra mò?
– Sei assicurato?
– E certo che lo sono, co’ sta camorra maledetta che alla prima occasione ti spara o ti dà fuoco… Ma, insomma, che c’entra con Maria?
– E mò te lo dico che c’entra! Allora, tu sei assicurato, no? Vita e incendi?
– Sì.
– Ma l’assicurazione paga solo se non t’ammazzi da solo o solo se non dai fuoco tu al negozio, no?
– E certo!
– Eh! Chella te vuò fà secco!
– Che?
– Col francese, co’ quel disgraziato amico suo, hanno messo su un bel piano: danno fuoco al negozio con te dentro, così si beccano doppia assicurazione!
Non faceva una piega: se fossi morto e assieme a me fosse andata distrutta la bottega, l’assicurazione avrebbe pagato a Maria fior di milioni.
– E poi – continuava – se la caverebbero con poco, basterebbe dire che era da tempo che vi chiedevano il pizzo, che c’erano già stati degli avvertimenti… E insomma, nessuno sospetterebbe di lei, madre affettuosa e moglie devota!
– Devota un corno!
– Vabbuò, ma mo non è che se uno mette le corna diventa un assassino, e che, a Napoli non ci sarebbero più napoletani!
Però, Giggì, vedrai che una soluzione la troviamo, forse quei due fantasticavano solamente, sono cose che si dicono, mica è facile ammazzare a uno così, senza esperienza. Lasceranno perdere e tutto si sistemerà, stai tranquillo!

Tornai a casa con una strana sensazione addosso.
Non pensavo alla morte, no, pensavo a quanto fosse furba quella donna piccoletta e tenera che fingeva d’amarmi.
– E’ una grande attrice, però, bisogna riconoscerlo.
Mi dicevo tra me e me.
Pensavo a tutte le volte che avrebbe potuto ammazzarmi e anche a come, che so, aggiungendo veleno per topi nei miei piatti, ma poco alla volta, per intossicarmi lentamente così da non destare sospetti; oppure avrebbe potuto portarmi in qualche posto isolato, per una gitarella fuori porta, e lì compiere il misfatto per poi tornare, magari con qualche mezzo di fortuna, e denunciare l’irreparabile. Non sarebbe stato neanche poi troppo originale, anzi, tutti i film moderni non facevano che inventare nuovi modi per ammazzare e farla franca. Poi mia moglie non da molto era diventata una grande fan di quel regista americano, come si chiama… Hitchcock, sì, quello che parla solo di donne che uccidono i mariti.
Certamente doveva essere stato uno di quei film a ispirarle una simile balordaggine, non avrebbe potuto architettare un piano tanto diabolico, e con questa freddezza poi!
Oppure, peggio, lei non c’entrava niente, e nemmeno Hitchcock, ma era stata costretta da quel farabutto, tenuta in pugno da chissà quale meschinità!
Doveva essere certamente così, non poteva essere opera della mia Maria, che poi, ad essere sinceri, non è che spiccasse per le sue doti intellettive, ecco. Sì, aveva tante qualità: sapeva cucinare, era molto bella, e aveva anche una certa eleganza, nonostante le umili origini, ma certamente non si distingueva per estro e intelligenza.
Quel farabutto, invece, lui sì che era machiavellico, con quel suo sguardo indagatore, con i suoi interventi posati, mai fuori luogo, mai una parola di troppo. E poi era stato lui a sedurre mia moglie, era lui che voleva la mia famiglia, i miei soldi, la mia vita!
Bisognava mettergli i bastoni fra le ruote, bisognava che i suoi sporchi piani andassero in fumo.
Eh, ‘na parola! Mica facile sfuggire a ben due assassini!
Certo, avevo il vantaggio di sapere e, da un certo punto di vista, sarebbe bastato evitare di rimanere da solo al negozio, portare con me mio figlio Ciro, e difatti così feci; ma come impedirlo per sempre? Se Ciro si fosse ammalato? Se lo avessero allontanato da me con un pretesto qualunque?
Occorreva una soluzione definitiva.
Presi a studiare ogni loro movimento, soppesavo ogni singola parola cercando di indovinare codici segreti, messaggi cifrati, ma ben presto compresi che quei due furbacchioni non avrebbero lasciato trapelare nulla.
Andavo a dormire con la rivoltella sotto al cuscino, che poi, dormire: e chi riusciva più a chiudere occhio!
Basta, dovevo far loro capire che sapevo, che sapevo tutto!
– Ah, Maria, Maria! Sai, alle volte mi capita di avere certi pensieri bizzarri, dei sogni quasi!
– Che sogni, Giggì?
– Sogni cattivi, Marì!
– E non hai visto sulla Smorfia? Chissà diventiamo ricchi!
– Non ti preoccupare, Marì, che tu ricca lo diventi di sicuro!
– Eeeh, e come dovrei fare per diventare ricca?
Eccola là, c’era cascata in pieno.
– Eh, per esempio, se io morissi, lo sai quanti soldi ti arriverebbero?
– No, Giggì, non lo so.
– Assai, Marì, un mucchio di soldi! E lo sai quanto guadagneresti se qualcuno desse fuoco pure al negozio?
– No, Giggì.
– Ancora di più!
Le parlavo guardandola come si guarda un colpevole, scandendo tutte le sillabe.
Dovevo proprio aver colto nel segno, lavava e rilavava lo stesso piatto e non accennava a voltarsi per guardarmi in faccia.
Ma poi, a un tratto, come risvegliatasi dal torpore, si girò e, sorridendo come quelle casalinghe di certe pubblicità americane, mi disse:
– Allora, Giggì, è proprio il caso che paghi qualcuno per farti il servizio!

Mario mi consigliò di denunciare tutto alla polizia.
– Luì, c’hai le prove, gli diamo le registrazioni e ciao ciao Maria!
– Ma no, ma no, quale denuncia e denuncia! Così tutti sapranno che non solo sono cornuto, ma un cornuto che ha sposato un’assassina!
Non potevo permettermi uno scandalo del genere, che figura ci avrei fatto e che figura ci avrebbe fatto tutta la mia famiglia, mia madre, i miei figli!
– E falla ammazzare tu allora!
– Ma per piacere, e come poi?
– Che ne so, sei tu quello ricco, di certo conoscerai uno di quelli…
– Di quelli?
– Uno di quelli… Uno di quei dritti, ‘nu uappo, uno potente!
– Uè, ma tu sei uscito proprio di capa! Ma quale uappo e quale dritto, che quelli per un favore che ti fanno te ne chiedono cento! E poi io sono una brava persona, sono un uomo onesto, ti pare che frequento certa gente?
– E allora Giggì l’unico modo è ammazzarti da te!
– Come, ammazzarmi?
– Eh. Non vuoi farla fuori, non vuoi denunciarla, non vuoi divorziare… Fatti fuori tu, e niente assicurazione.
– E il negozio?
– Lo vendi, lo regali… Che ne so io, lo lasci a tua madre!
Effettivamente, se mi fossi suicidato, l’assicurazione non avrebbe sborsato un centesimo, e però mica era facile decidere così, su due piedi, di farla finita, tanto più che io non avevo nessuna intenzione di morire!
E come ammazzarmi, poi? Avevo una rivoltella, vero, ma non l’avevo mai usata, l’avevo comprata così… E se non fossi riuscito ad ammazzarmi e magari solo a ferirmi gravemente? Un paralitico è più facile da fare fuori!
– A Ma’, non lo so che ti prende oggi a te, ma non ne dici una sensata!
Me ne andai fingendomi terribilmente offeso, e invece l’idea del suicidio iniziava a solleticarmi sul serio. Avevo comunque la faccenda del negozio da sistemare, perché neanche i soldi del negozio dovevano vedere quei due!

Corsi subito dal mio commercialista.
Era un uomo molto vecchio, amico della buon’anima di mio padre; gestiva le entrate della famiglia da ormai mezzo secolo e nessuno meglio di lui avrebbe saputo consigliarmi.
– Gennaro, avete un momento?
Nonostante lo conoscessi da quando ero bambino e per me era quasi come un secondo padre, non avevamo mai perso l’abitudine di darci del voi, anzi, forse l’unico periodo in cui mi dava del tu era proprio quando ero bambino, quando mi portava nel suo giardino a scoprire piante e animali.
– Oh, Luigi caro! Ma certo, certo! Sono appena rientrato, sapete, oggi è l’onomastico di mia madre, e ogni anni faccio dire una messa per lei… Ma datemi qualche momento, intanto accomodatevi, conoscete la strada, sarò da voi in un attimo!
Gennaro Carmine Maria Esposito, Gennaro per tutti, aveva 81 anni e viveva in una delle ville più belle di Napoli: panorama meraviglioso, lontana dal trambusto cittadino, immersa in uno splendido parco dai pini secolari. Era una proprietà immensa, nella quale, maestosa come una reggia, s’imponeva la villa su tre piani, due dei quali ormai completamente disabitati.
Era un uomo all’antica, aveva accudito la madre fino all’ultimo dei suoi giorni e, per questa ragione, non trovò mai il tempo di sposarsi, e adesso viveva solo della compagnia del maggiordomo, della cuoca e del giardiniere.
Figlio unico di figli unici, non aveva eredi, e tutti ci domandavamo a chi sarebbe andato quell’immenso patrimonio dopo la sua morte.
L’unica cosa certa era che avrebbe pensato agli abitanti della villa, ostinatamente senza eredi anche loro.
– Gennaro, ma perché non la vendete questa proprietà, che ve ne fate di tutto questo spazio?
– Eh, avete ragione, ma cosa me ne farei poi del denaro? E poi per noi solitari lo spazio per star soli non è mai abbastanza. Ma non sarete certo venuto così all’improvviso per parlarmi della villa, sbaglio?
Qualche problema col fisco? Qualche entrata di troppo?
Aveva uno sguardo buono, avvolto da un viso d’altri tempi. Tutto in lui sembrava appartenere a un’epoca passata, elegante e sobria, come quel suo studio interamente in legno, con i trofei di caccia, i fucili, i libri di economia, di letteratura, di diritto… Entrare fra quelle mura, significava dimenticare, lasciarsi alle spalle Napoli, gli scugnizzi, le signore appariscenti, il miracolo di san Gennaro, la camorra…
– Giggì, avete perso la lingua?
Il negozio. D’un tratto ricordai tutto: il suicidio, mia moglie, Mario, l’assicurazione.
-No, Gennaro, non ho problemi col fisco, grazie a Dio. Ho da porvi una questione che riguarda la bottega.
-Quella di papà?
– Quella. Ricordate l’assicurazione sugli incidenti?
– Certamente, ve la consigliai io stesso, ché qui a Napoli, ormai, alla gente onesta non rimane che assicurarsi e pregare i santi del Paradiso!
– Ecco, mi chiedevo, a chi andrebbe il risarcimento in caso di danni?
– Ma a voi, ovvio!
– E se io fossi morto?
– Uhm… vediamo… I vostri figli sono ancora minorenni?
– Sì.
– Hai un testamento che indichi eventuali successori?
– No.
– E allora va tutto a vostra moglie.
– Ah!
– Che c’è?
– No, niente… Ma, ascoltatemi, questa faccenda che andrebbe tutto a mia moglie… Non si potrebbe cambiare?
– Certo che si può, ma una minima parte le spetterebbe comunque. Però, permettete l’indiscrezione, non vorrete mica fare qualche stupidaggine?
– Ma no, nessuna stupidaggine, avevo solo bisogno di chiarire qualche dettaglio. Quindi per fare testamento mi serve un notaio?
– Certo.
– E quanti giorni servirebbero per mettere tutto in ordine?
– Fatemi pensare… Ho un amico a Capri, è un po’ caro, ma risolverà tutto in due o tre giorni.
– Ottimo! Ottimo, chiamiamolo subito, per me qualunque giorno va bene!
E una era fatta.

L’unica cosa che mi era rimasta da fare era ammazzarmi. Eh, ‘na parola!
Avevo passato ore e ore in biblioteca, cercando veleni e sostanze che potessero assicurarmi una morte certa e indolore; interrogai persino un mio vecchio compagno del liceo, uno scienziato, ma ottenni solo una terribile delusione:
– No, Giggì, ma tu hai visto troppi film, di veleni che ti addormentano e basta non ce ne stanno! Certo, nel tuo romanzo te lo puoi pure inventare, alla fine sarebbe un peccatuccio da niente, ma nella vita vera non ci sta, non esiste proprio!
Gli avevo chiesto consiglio facendogli credere che mi ero dato alla letteratura e che volevo far suicidare il mio personaggio nel modo meno doloroso possibile.
– La morte fa sempre male, credimi. Noi pensiamo che una morte sia meglio di un’altra, ma lo sa solo l’anima che deve passare in quegli istanti tremendi!
Ci mancavano pure le jettature!
Ad ogni modo mi rimanevano poche possibilità: avevo la pistola, sì, ma avrei avuto il coraggio?
Ne parlai con Mario, che, stranamente, non sembrò per niente turbato dall’idea di assistermi nel mio suicidio.
– Oè, qua ci rimane una sola possibilità.
– Cioè?
– Ci dobbiamo rivolgere a un professionista.
Mario amava frequentare la Napoli della strada, quella dove io e i miei amici non ci saremmo addentrati neanche in cambio di cento milioni; Dunque, Mario gironzolando da sempre nelle vie meno raccomandabili, si era fatto a modo suo un nome, e conosceva parecchie persone da cui sarebbe stato meglio tenersi alla larga.
– Ne conosco uno che potrebbe fare al caso nostro, ma ci costerà un po’. Noi mò andiamo a casa sua, gli parliamo e vediamo che dice.
La sua conoscenza era un signore sulla cinquantina, grasso, enorme, che viveva con sua madre in una catapecchia vicino al mare.
Mario mi aveva detto che era il capo del quartiere, che senza il suo consenso da quelle parti non si muoveva una foglia, che persino salutarlo poteva essere pericoloso ma che a lui doveva un favore:
– Che favore?
– Eeeeh, cose mie, lascia sta’.
Arrivamo che stava ancora mangiando.
– Uè, Mario, benvenuto.
– Saluti compà. Ci porto un amico, disturbiamo?
– Mettetevi seduti là, io mò arrivo.
Ci volle un’ora prima che finisse il pranzo.
– Che vi serve?
Gli spiegammo tutto: le corna, mia moglie che mi voleva ammazzare, l’assicurazione che avrebbe intascato, e i veleni che non andavano bene, etc; mi era persino scappata una lacrimuccia di dolore, ed ero convinto di essere riuscito a commuoverlo quando d’improvviso, sbuffando, si era alzato dallo sgabello che traballava sotto al suo peso:
– No!
silenzio.
– Io ste cose non le faccio. Io so’ uomo di fede e voi volete che io commetta il peccato più grave, che aiuti un povero cristiano a rendere l’anima al diavolo!
– Uè, Carmine, ma quale peccato, ma quale diavolo! Questa è carità cristiana bella e buona, e poi tu… Insomma, tu al diavolo ce ne hai mandati assai!
– E qui ti sbagli, perché io a tutti permetto di pentirsi, poi ci sparo! Ma uno che si ammazza, no, uno che si ammazza va all’inferno e niente pentimento, solo fiamme e dolore!
Ecco, tra tutti i camorristi di Napoli, a me doveva capitare proprio quello con le manie religiose!
Ci congedò quasi piangendo, dopo un abbraccio sudaticcio e soffocante, e mi aveva lasciato una quantità infinita di santini e corone del rosario, con la promessa che sarebbe venuto a trovarmi col prete amico suo, quello che lo perdonava ogni volta che casualmente un negozio pigliava fuoco.
Arrivai a casa completamente tramortito. Mario aveva risolto tutto con un:
– E vabbuò.
ma io non sapevo più a che santo votarmi!
Andai nel mio studio e presi la rivoltella dal cassetto. Era un bell’arnese, non c’è che dire, l’avevo pagata parecchio, ma era proprio bella: lucida, pesante…
Stavo ancora seduto a contemplare la pistola, quando la voce di mia moglie mi fece tornare alla realtà.
– Tesoro, non vieni a tavola?
– Vengo, vengo!
C’era uno strano silenzio, ma me ne accorsi solo quando vidi la tavola apparecchiata per due.
– E dove stanno tutti?
– Ah, non te l’ho detto? I ragazzi stanno da zia Rosina a Procida e Filippo ritorna domani. Abbiamo una serata tutta per noi!
– Ah!
Eravamo soli. Soli io e quella carogna, e l’indomani saremmo stati soli io, lei e quell’altro.
Rimasi sveglio tutta la notte rinchiuso nel mio studio. Accarezzavo la rivoltella e stavo seduto davanti alla porta aspettando che finalmente quei due si decidessero a farmi fuori: non avevo mai sparato, è vero, ma almeno a difendermi ci dovevo provare.
Non accadde nulla.
Alle sette, quando ormai pensavo che almeno per quel giorno potevo stare tranquillo, mi decisi a uscire e affacciarmi in cucina. Lei stava già lì a lavare i piatti, la caffettiera era pronta e la colazione mi aspettava sul tavolo.
– Hai passato la notte in bianco? Oggi ti faccio proprio una bella sorpresa, ce ne andiamo a fare una gita io tu e Filippo, mi ha detto che ci porta in un posto che non abbiamo visto mai!
Eccolo finalmente il loro piano! Avevano mandato via i ragazzi per non avere intralci e adesso volevano portarmi in un posto isolato per farmi il cappotto!
Colto da un terrore primordiale, iniziai a gridare come un pazzo, corsi nel mio studio per prendere la rivoltella:
– Tu! Tu donna di malaffare, tu non mi farai fesso, io mi accoppo da solo!
Mi barricai nello studio, continuando a urlare, mi affacciai pure alla finestra chiedendo aiuto, mentre da dentro Maria piangeva e diceva che ero impazzito, che ero fuori di testa!
Nel frattempo era arrivato Filippo, provava a sfondare la porta che per fortuna era troppo pesante per le sue spalle delicatine, e mi minacciava pure lui, mi diceva di aprire, che dovevo farla finita che avevo rovinato quella povera donna!
– Voi due fetenti! Fetenti mascalzoni! Ma io ci ho le prove, ho le prove e voi non avrete manco uno spicciolo, manco uno spillo da me!
Si erano affacciati tutti i vicini, in strada la gente si era fermata a guardare, e tutti urlavano, chi contro di me, chi contro Maria; e poi di colpo si zittirono tutti.
– Apri, Giggì, so Carmine! Non fa’ stronzate, noi ti possiamo salvare!
Ci mancava pure lui, il camorrista! Era arrivato col prete amico suo ben intenzionato a salvarmi l’anima. Maria intanto continuava a piangere, Filippo – lo sentivo – stava lì ad abbracciarla e Carmine continuava a bussare alla porta parlandomi di Dio.
La aprì con la pistola. Spaventato, tolsi la sicura dalla mia rivoltella, iniziai a sventolarla, Filippo, approfittando della confusione, si era lanciato verso di me per disarmarmi, ma nella baraonda mi era partito un primo colpo: morto stecchito; allora il prete iniziò pure lui a gridare, Maria gridava più forte di lui e Carmine, che aveva perso la pazienza, sparò due colpi in aria, ammazzando per sbaglio pure Maria che era corsa a soccorrere Filippo e fu colpita dal rimbalzo di una pallottola. Definitivamente spazientito, col prete che frignava e io che continuavo a correre a destra e a sinistra con la pistola, Carmine provò a fermarmi buttandosi con tutto il suo peso, ma nella lotta mi partì un colpo che lo prese in pieno petto e poi, furioso come un animale prima di morire, sparò lui a me, questa volta non per sbaglio.
Quando arrivarono i carabinieri, ci trovarono tutti lì morti stecchiti, col prete che ci benediceva e le comari che piangevano per le scale.
Interrogando amici e vicini, erano riusciti a capire tutto: la storia delle corna, l’idea di farmi fuori per incassare i soldi dell’assicurazione; arrivarono anche a interrogare il primario del Cardarelli, che si disse profondamente colpito dalla vicenda, rilasciando addirittura interviste e testimonianze in televisione.
Tutti i miei amici furono intervistati, si erano comprati vestiti nuovi, erano andati dal parrucchiere e tutti si mostravano affranti e increduli.
Solo Mario non aveva partecipato a quel teatrino, era venuto al funerale col grembiule da lavoro, non aveva rilasciato nessuna intervista e neanche i carabinieri lo avevano interrogato.
Mi venne a trovare una volta sola alla tomba, senza fiori e senza lacrime, e sogghignando mi disse:
– Oè, Giggì, gliel’abbiamo fatto proprio bene il servizio!

 

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