Le donne di Messina, Elio Vittorini

[…] Era un cerro, ch’è della famiglia delle querce, albero di legno duro. Solo nel villaggio, a un’estremità di esso, e il solo di chilometri e chilometri intorno, era più fiero, a vederlo, e come più sacro, dell’ingresso romanico al buio della chiesa sua vicina; come più di quella impregnato d speranze, voti, disegni umani che avesse avuto ai piedi per secoli di pomeriggi e di discorsi fatti, di riti consumati, di gare, banchetti, bandi, impiccagioni, nella sua ombra a frastagli grandiosi che dopo mezzogiorno raggiungeva anche il lungo muricciolo su cui sempre s’erano seduti, o cui s’erano appoggiati, volgendo le spalle al greto e all’acqua di sotto, uomini di ritorno dal lavoro.
Ora tornavano anche le donne dal lavoro, o passavano, per il lavoro, avanti e indietro, con carriole e con secchi, con panieri nei quali recavano mattoni, ed era ai piedi dell’albero ch’esse s’incontravano, sostando ai suoi piedi per dire ciascuna una sua ultima parola.
Scarmigliata, in sottana e gambe nude, piedi nudi, il seno coperto solo dalla stoffa leggera della camicia che la gonna le stringeva alla cintola, eppure bagnata di sudore intorno alle ascelle, nell’alito della canicola, una delle donne ch’erano rimaste coi loro bambini sul camion il giorno del camion fermo sulla strada, venne a sua volta fuori da una stradetta in cui si demoliva, e a piccoli passi attraversò il sole fino all’albero, recando il suo cesto di mattoni puntato sul petto di sacco che le proteggeva la spalla nuda. Passò a piccoli passi dinanzi al cavalletto cui un uomo e un ragazzo lavoravano, segando vecchie assi. Il suono della sega non si alzava, in quel momento, dal cavalletto, ma era nel sole da tutto il tempo che lo si udiva, ed era nell’albero, né la donna guardò che cosa l’uomo e il ragazzo facessero d’altro, ora.
Le disse l’uomo: “Voi donne di Messina!”
[…] “Come hai detto Cerro?” chiese di nuovo.
“Volevo dire che ci siete abituate” egli le rispose.
[…]
“Ma che cosa hai detto di Messina?”
“Ho detto le donne di Messina…”
“Che cos’hai da dire sulle donne di Messina?”
“Te l’ho detto. Che ci siete abituate.”
“Abituate a che cosa?”
“Anche a Carmela l’ho detto. A questo che fate.”
Da terra tra i mattoni, Carmela alzò e scosse una mano. Era vero. Egli aveva qualcosa con le donne di Messina.
“E che cosa facciamo?”
“Caricate e scaricate. Fabbricate… Questo da noi, prima della guerra, lo facevano gli uomini soltanto. Ora anche le donne lo fanno. Ma voi donne di Messina ci siete abituate.”
“Noi ci siamo abituate?”
“Voi donne di Messina lo avete sempre fatto.”
“Noi donne a Messina stiamo nelle nostre case…”
“Ma prima le case ve le fabbricate. E andate intorno scarmigliate. Caricate. Scaricate…”
“Noi? A Messina? Chi te l’ha raccontato?”
L’uomo Cerro guidò la sega sopra un altro punto da segare.
“Forse non è vero che a Messina, ogni tanto, non vi resta più una casa in piedi?”
“Questo è il terremoto, ogni tanto.”
“Il terremoto ogni tanto. E ogni tanto una guerra…”
“Ora è una cosa e ora un’altra.”
“E allora ogni tanto dovete ricominciare, e anche voi donne lavorare. Caricare, scaricare… Per questo dico che ci siete abituate.”

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