Cruccio numero due

A. era da sempre infastidito dal non potersi specchiare senza che la sua immagine risultasse falsata dall’immobilità che necessariamente l’atto dello specchiarsi richiedeva. Aveva provato diverse tecniche, mettendo in campo specchi in quantità e di diverse grandezze, ma ancora non era soddisfatto del risultato, vedendo che sempre, anche camminando, la sua posa perdeva di naturalezza.

Pensando che il problema fosse racchiuso nello specchio in sé, aveva installato nel suo appartamento delle telecamere, inquadrando da varie angolature la sua figura: dall’alto, da destra, di fronte, ma si era presto reso conto che l’idea di essere ripreso, anche se da se stesso, lo metteva tremendamente in soggezione, per cui si trovò a rinunciare anche al suo freschissimo sogno di diventare un attore famoso, sogno generato dalla frustrazione del non saper affrontare come si deve la presenza di una telecamera.

Deluso e amareggiato, si trovò di colpo concorde con quell’antica religione che da sempre lo metteva in guardia dalle immagini, si lasciò crescere barba e capelli e partì per l’oriente alla ricerca del vero sé.

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