Il macellaio

Era arrivato nel mio paese un nuovo macellaio.
Quello di prima era morto per un infarto e siamo stati costretti, per qualche tempo, a comprare la carne nel paese vicino. Poi, dal nulla, arrivò lui.
Era l’ultimo giorno di scuola e stavo tornando a casa in bicicletta, quando lo vidi arrivare seguito da tre grossi camion. Lui guidava un suv nero e con il braccio fuori dal finestrino indicava al guidatore dietro di lui dove fermarsi. Scese dal suv e aiutò sua moglie a uscire dall’auto, mentre gli altri erano già intenti a scaricare e a chiedere dove portare le cose. Subito si erano affacciati i vicini curiosi, ma, prima di fare le presentazioni, aspettavano che finisse il trambusto, senza però perdersi nulla di quella sfilata di oggetti enormi e di cattivo gusto, ma che comunque dovevano essergli costati un accidenti.
Sua moglie intanto, dopo aver posizionato una sedia da campeggio vicino alla porta d’ingresso, si era seduta tirando fuori dalla borsa un lavoro a maglia, e lì era rimasta per tutto il tempo, alzandosi di tanto in tanto per dire qualcosa al marito o per andare forse in bagno.
I suoi mobili erano tutti enormi, proprio come lui, e questo mi diede subito fastidio, enormi le scatole che contenevano le sue cose, enorme la sua bocca che spalancava ogni volta che scorgeva qualcuno affacciato ad ammirare le sue ricchezze.
Quando tornai a casa, mia madre mi chiese se avessi visto il nuovo vicino, se avessi notato “quante cose che ha!” e la moglie, con i suoi lavori a maglia.
Le risposi che non ci avevo fatto caso e mi rinchiusi nella mia cameretta in attesa del pranzo.
L’indomani mattina arrivò l’invito per l’inaugurazione della macelleria ed è inutile dire quanto lei fosse eccitata all’idea di dover uscire per un qualcosa che fosse diverso dal fare la spesa.
Mio padre non l’ho mai conosciuto, di lui so solo che era un “grandissimo stronzo” e questo mi bastava. Mia madre aveva quarant’anni, faceva le pulizie da una vicina da cui apprendeva tutte le novità del paese. Non ho mai capito da dove quella vecchia prendesse le sue informazioni, visto che passava tutto il tempo a casa, fatto sta che ogni volta che marinavo la scuola, puntualmente lo riferiva a mia madre, che puntualmente me le cantava scoppiando in lacrime e gridandomi che ero uno scansafatiche proprio come mio padre.
Quando seppe dell’inaugurazione, quindi, mia madre aveva le sue buone ragioni per essere contenta, dato che la sua vita sociale si riduceva a un ragazzino e a una vecchia.
Aveva invitato tutto il paese, era un tripudio di salsicce, wurstel, e carne alla griglia, affettati; era andato pure il sindaco con con tutta la famiglia, tutti sembravano felici, sembrava che avessero trovato il loro nuovo eroe, un nuovo messia da seguire e venerare.
Ma io non c’ero cascato. Mi puzzava troppo la sua faccia enorme, come mi puzzava il rosso troppo vivo delle carcasse esposte come trofei, enormi anch’esse, e che invece avevano mandato in visibilio tutti gli invitati e ormai clienti del nuovo arrivato.
Decisi all’istante che lo avrei tenuto d’occhio.
Non so come, ma doveva aver intuito anche lui che qualcosa non andava nel nostro rapporto, e fin da subito mi dimostrò tutta la sua avversione.
Ogni volta che passavo davanti alla sua macelleria, mi guardava da dietro il bancone con un sorriso inquietante e lesto agguantava una bestia qualunque per tirarci il collo, o per affettarla proprio davanti a me, e solo per vedere che effetto mi faceva.
Stava sempre lì in attesa, col camice sporco di sangue, una mannaia che manco i peggiori ceffi messicani e mi salutava sventolando il corpo scuoiato di un animale a caso.
Avevo iniziato a pedinarlo. Interrogavo tutti i suoi conoscenti, non quelli più intimi, e tutti, ma proprio tutti, mi dicevano la stessa cosa: “Eh, sì, ha proprio la faccia da pazzo assassino. Ma che buona che è la sua carne!”
Aveva una faccia che sembrava messa lì apposta per fargli fare il macellaio: guance rosse, naso a patata, lunghi baffi rossi, e rossi anche i capelli. E poi rotonda, una faccia più rotonda di quella io non l’avevo mai vista, sembrava proprio un maiale pronto per essere scuoiato. Solo che era lui a scuoiare, e a me sembrava che stesse lì per dire a tutti: “Ecco qui la rivincita dei maiali, ora abbiamo noi il coltello in mano, siamo noi a farvi la pelle!”.
Aveva iniziato a sfiorarmi l’idea che potesse essere sul serio un maiale.
Non aveva solo l’aspetto del suino, aveva anche qualcos’altro. Innanzitutto grugniva. Sì, grugniva, soprattutto quando rideva o quando un’azione gli richiedeva uno sforzo particolare, grugniva e pareva soffocare per quel suo stesso grugnire. Mia madre mi diceva di farla finita, che era solo grasso
– Proprio come un maiale!
le rispondevo io, ma mi prendeva per pazzo.
Pazzo non ero, questo è poco ma sicuro.
Dicevo del suo sventolare cadaveri sotto al mio naso, ecco, una cosa che già da sola basterebbe per suscitare ribrezzo, ma non è mica finita.
Avevo notato che da un po’ di tempo iniziavano a sparire animali dal mio quartiere, piccoli cani, gatti, uccelli. La cosa mi insospettì quando un giorno, mentre perlustravo i dintorni della sua macelleria, vidi nel bidone dietro il negozio un sacchetto di piume di piccione. Lo presi e mi recai all’ufficio di igiene per denunciare la cosa, ma quelli, ignoranti buzzurri, mi dissere che ormai avevo spostato la busta, che loro non potevano verificare niente, e soprattutto che i piccioni si possono mangiare:
– Con la polenta sono ottimi!
Li mandai a quel paese.
Entrai allora nella macelleria, e, senza aspettare il mio turno, domandai:
– Avete mica carne di piccione? Quella dell’altra volta era buonissima! aspettando le reazioni scandalizzate dei clienti presenti.
Ma anche qui non ottenni niente: il macellaio, divertito quasi, mi disse che l’aveva finita perché era, appunto, buonissima, e i signori presenti presero anche loro a canzonarmi, fingendosi delusi per l’assenza della carne di piccione, e iniziavano ad esaltarne qualità, profumo, sapore.
Anche quella volta uscii sconfitto, ma ancora più determinato a smascherarlo.
I pedinamenti non mi avevano portato a nulla: usciva di casa alle sette del mattino con la faccia da beone e il giornale sotto l’ascella; andava al bar, faceva due chiacchiere mentre fingeva di non vedermi, e poi andava ad aprire la macelleria. Stava una mezzoretta con la serranda a metà, dalla finestra del retro vedevo che puliva, tagliava, ripuliva, impacchettava, e poi andava a fumare una sigaretta. Alle otto in punto tirava su la saracinesca e alle otto e cinque, tutti i giorni, entrava Biliana, la badante della signora Lina, prendeva due fettine di petto di pollo nei giorni normali, e un coniglio intero il sabato, per il pranzo della domenica.
Alle otto e trenta arrivava Alberto, prenotava qualcosa – salsicce, o wurstel, fettine -, pagava e andava via, poi all’una ritirava tutto la moglie.
Tutta la mattinata andava avanti nello stesso modo: clienti, pausa sigaretta, amico che si fermava per due chiacchiere; alle due chiudeva tutto e tornava a casa.
Sua moglie non aveva niente di particolare, una casalinga di mezza età, bruttina, grassoccia, e con l’aria imbronciata. In casa si parlavano a stento, lei sempre a cucinare o a pulire, lui a guardare la televisione, ma quando uscivano… Oh, quando uscivano erano un tripudio di carezze abbracci, bacetti, tanto che tutti pensavano fossero la coppia più felice del paese, ah, se solo avessero visto quello che avevo visto io!
Una mattina, mentre ero appostato a spiare il mio potenziale assissino, lo vidi uscire stranamente presto.
Essendo una persona scrupolosa, anche se lo vedevo sempre uscire alle sette del mattino, mi appostavo dietro ai bidoni del suo quartiere, vicinissimi alla sua villetta, già dalle cinque, per essere sicuro di non farmi sfuggire niente, e finalmente quella precauzione si rivelò utile.
Quel giorno, infatti, il signor macellaio, stimatissimo dalla comunità, uscì di casa prima dell’alba.
Era ancora buio, ma vidi chiaramente che trascinava qualcosa di pesante dentro a un sacco nero. Si guardava attorno, sembrava sconvolto, ma questa volta non aveva previsto la mia presenza, non immaginava che avrebbe potuto trovarmi lì anche a quell’ora.
Era la prima volta, dopo il trasloco, che lo vedevo tirare fuori dal garage il suo suv nero. Non lo usava mai, solo ogni tanto lo portava a lavare, ma per il resto rimaneva nascosto sotto a un telo nel box di lato alla casa.
Caricò nel portabagagli il sacco, accese la macchina e andò via.
Rimasi ad aspettare il suo ritorno fino alle otto, ma niente, poi, tornando verso casa lo vidi in macelleria, col suo solito sorriso da maiale orwelliano.
Non dissi niente a nessuno, ma questa volta ero sicuro di aver fatto centro.
Approfittando del fatto che fosse impegnato in macelleria, andai a casa sua. Suonai una volta, nessuna risposta. Suonai ancora, e niente.
Mi decisi allora a chiamare i carabinieri.
Vennero di malavoglia, conoscevano il macellaio e conoscevano il mio interesse per lui, ma furono costretti a venire perché alle chiamate devono sempre rispondere.
Suonò il maresciallo in persona e questa volta la porta si aprì: era la moglie in carne e ossa.
Avevo controllato per ore prima di suonare il campanello, e di lei non c’era traccia, mentre gli altri giorni la vedevo gironzolare per casa, anche solo di sfuggita.
La cosa si risolse con mille scuse del maresciallo e i complimenti per la carne del marito e con una bella lavata di testa per me, seguita dalla minaccia di arrestarmi alla prossima “stronzata”, parola che usò anche mia madre quando il maresciallo le riferì l’accaduto.
Mi impedì di uscire da solo per una settimana, ma tanto lei non sapeva che alle cinque sgattaiolavo dalla finestra e rientravo prima che lei si svegliasse.
Per qualche giorno il mio assassino si comportò normalmente: usciva alle sette, apriva la macelleria, e via con la tiritera dei clienti; aveva smesso, però, di guardarmi sghignazzando, adesso, quando mi incontrava si faceva scuro in viso e stringeva i pugni come a voler frenare la rabbia.
Finalmente accadde qualcosa di nuovo.
Erano sempre le cinque del mattino e io ero sempre appostato dietro i bidoni dell’immondizia e lui di nuovo era uscito di casa tutto trafelato con un grosso sacco nero. Aspettai che mettesse in moto e lo seguii in bicicletta. Andava maledettamente piano, tanto che dovetti fermarmi più volte per non farmi vedere, e in un’oretta arrivammo al fiume. Scese dal suv e buttò il sacco nell’acqua, rimase qualche minuto ad aspettare che andasse completamente giù e poi ripartì. Aspettai un po’ e poi mi buttai nel fiume per recuperare il sacco. Mi ci volle un bel po’ ma finalmente lo trovai. Di nuovo chiamai i carabinieri e di nuovo quelli furono costretti a darmi retta, anche se non vennero con la scientifica, come gli avevo suggerito.
Questa volta il maresciallo era furioso.
Aprì il sacco senza neanche curarsi di indossare dei guanti e finalmente venne fuori quello che aspettavo da due mesi: un cadavere!
Poco dopo arrivarono tutti: scientifica, abitanti del paese e tutti erano rimasti ammutoliti, fissandomi come se fossi stato io l’autore del delitto.
Il maresciallo mi portò in disparte e iniziò a interrogarmi.
Gli raccontai tutto: degli appostamenti, della prima volta che vidi il macellaio caricare un grosso sacco nero, della moglie che era strana, delle scenette raccapriccianti in macelleria, e mentre parlavo un tizio mi aveva preso le impronte digitali e quelle delle scarpe: “Per escluderti dai sospettati, non preoccuparti”. Io continuavo a parlare e il maresciallo annuiva, e quelli attorno continuavano a farmi fotografie a chiedermi di girarmi, a misurare.
Mi fecero salire in macchina per la deposizione, avevano già avvertito mia madre e mi stava aspettando in commissariato perché ero minorenne.
Quando mia madre mi vide scoppiò in lacrime, si mise a urlare e andò via dicendo che ormai ero completamente impazzito e che lei non sapeva più cosa fare; allora il commissario, premurosamente, mi accompagnò nel suo studio e mi fece accomodare, chiedendomi se avessi bisogno di cibo o di acqua. Mi fece portare un cornetto e un succo d’arancia e poi prese a parlare.
– Hai fatto molto bene a chiamarci, senza di te non avremmo mai trovato il cadavere e tanto meno il colpevole.
– Lo so, ve lo avevo detto che non ero pazzo!
– Non sei pazzo, no, lo abbiamo capito. Ma, ecco, ci sono alcune cose da chiarire in questa storia, vedi, ci sono dei dettagli che non coincidono. Tu sei sicuro di quello che ci hai raccontato? Eravate proprio soli tu e il macellaio?
– Solissimi, signor commissario! Solo io e lui e il cadavere nel suo portabagagli.
– Bene. Ma a proposito della macchina del macellaio, noi non abbiamo trovato nessuna traccia di pneumatico vicino al fiume, tu sei proprio sicuro di averlo visto arrivare in macchina e non, che ne so, a piedi?
– Sicurissimo!
– Vedi, noi abbiamo solo trovato tracce della tua bicicletta e del carretto che le hai attaccato, e, cosa che la scientifica non si spiega, la ruota del tuo carretto ha lasciato delle impronte più decise, più profonde.
– E quindi?
– E quindi, ci chiedevamo, come mai il tuo carretto ha lasciato delle impronte più profonde?
– Forse è più pesante.
– Forse. O forse stavi portando qualcosa al fiume. No, no, non ti agitare, queste sono domande di prassi, noi dobbiamo indagare in ogni direzione prima di poter essere certi. Solo che, ecco, quegli schizzi di sangue che hai sulla maglietta, sulle mani… certo, spostando il cadavere ti sarai sporcato.
– Esatto! Quando ho preso il sacco dal fiume, involontariamente l’ho strappato e…
– Certo, certo, la scientifica appurerà anche questo. Solo che… Dunque, in che rapporti sei col signor macellaio? Sono ostili, se non mi sbaglio.
– Beh, certo che lo sono, sono l’unico che ha capito da subito di che pasta è fatto!
– Lo sai, sì, che aveva sporto denuncia contro di te? Lo sai che non dovevi avvicinarti alla sua abitazione, alla sua macelleria?
– Lo so.
– Però tu lo hai fatto lo stesso.
– Sì.
Si era fatto serio. Il tono fino a quel momento era stato quasi amichevole, paterno, ma all’improvviso si era irrigidito e aveva iniziato a guardarmi negli occhi, insistentemente, come se volesse chiedermi quando sarebbe finita la commedia.
– Hai visto di chi è il cadavere che abbiamo trovato?
– No, ma so per certo che è della moglie del macellaio.
– Della moglie, eh… Peccato che la moglie sia nell’altra stanza a riferire al brigadiere Marcelli la sua versione dei fatti.
– La sua versione? Ma è viva quindi? E chi è il morto?
– Beh, proviamo a fare un po’ di conti. Dunque: la moglie, che tu credevi morta stecchita, è seduta nella stanza accanto alla nostra e sembra godere di ottima salute; tu sei davanti a me, completamente sporco di sangue. Manca solo un personaggio, che ne dici?
Il maresciallo aveva smesso di fissarmi e aveva ripreso a giocherellare con la biro: toglieva il cappuccio, rimetteva il cappuccio, scarabocchiava qualcosa e tornava a tormentare la penna, aspettando una mia risposta.
Fino a quel momento non mi ero ancora guardato e, sì, ero completamente sporco di sangue, nonostante il bagno nel fiume.
E il cadavere, di chi era il cadavere? Chi aveva ucciso quel porco?
Iniziavano ad affacciarsi strane immagini, come se iniziassi a ricordare un sogno. Il maresciallo continuava a giocherellare con la penna e a mandarmi occhiate, mentre io, che avevo iniziato a sudare, non sapevo che dire.
– Bene, visto che non vuoi parlare, ti dirò io come sono andate le cose. Noi sappiamo che ogni mattina, alle cinque, ti appostavi davanti alla casa del macellaio e, per assicurarti di non essere visto, ti nascondevi dietro ai bidoni del quartiere, munito di binocolo e registratore. La moglie della vittima ci ha riferito anche di una volta che tu, sbucato dal nulla, hai iniziato a inveire contro di loro mentre uscivano per buttare la spazzatura, che sei saltato addosso al macellaio e hai cercato di rubare i sacchi che trasportavano; e lì ti sei beccato la prima denuncia. Sappiamo anche che hai continuato con i tuoi appostamenti, che interrogavi tutti i conoscenti della coppia, che addirittura hai gettato nel bidone della macelleria dei piccioni morti e hai provato a segnalarli all’ufficio igiene; ed ecco la seconda denuncia. Non ancora soddisfatto, non solo hai continuato a perseguitarli, ma ti sei spinto oltre: fingendoti pentito, sei andato a casa loro e hai chiesto di poter parlare con lui, da soli, in giardino. Nonostante la moglie non fosse d’accordo, lui ha accettato, credendoti in buona fede. Intanto avevi nascosto dietro a un cespuglio la tua bicicletta, alla quale avevi attaccato un carretto rubato in un cantiere, e tenevi sotto il giaccone un coltello di tua madre. Devo continuare?
Passarono minuti interi, o forse solo secondi, non ricordo, e lui continuava a fissarmi, a cercare qualcosa martellando la biro sulla scrivania.
– Solo una cosa non ho capito: perché?
– Perché sembrava un maiale, maresciallo. Sembrava un maiale…

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