La leggenda della Madonna della Nicchia

Quella della Madonna della Nicchia è una leggenda che si tramanda di madre in figlia, di nonna in nipote, affidata nei secoli alla memoria delle donne del paese.
Era da sempre rannicchiata tra gli scogli, e da sempre gli anziani del paese si rivolgevano a lei per risolvere le questioni più spinose o anche solo per chiederle conforto.
Se il mare era mosso bisognava che si fosse certi del quesito da sottoporle, perché era un bel rischio attraversare le onde agitate per una cosa da niente, senza contare che non sta bene disturbare il cielo per sciocchezzuole senza importanza. Però, anche quando il mare era in tempesta, se la questione aveva una particolare urgenza, allora si scendeva tutti a mare, le vecchie rimanevano sulla sabbia a pregare e gli uomini accompagnavano chi aveva le sue cose da sottoporre al giudizio divino. In genere i quesiti erano di dominio pubblico: un figlio in guerra, una moglie tradita, un’eredità, e si era in molti ad assistere alla sentenza e a interpretare, poi, tutti i segni che la madonna immancabilmente inviava per dire la sua.
Non so come facessero prima gli abitanti del paese, a chi si rivolgessero prima che arrivasse lei nella sua nicchia, sicuro qualcuno lo dovevano pregare, visto che non si è mai dato un popolo senza santi e dei, ma di certo so come avvenne che, da un giorno all’altro, o, per essere precisi, da una notte all’altra, in paese si trovarono tutti, di colpo, a venerare quella piccola statua protetta dal mare, e quello che vi era stato venne presto dimenticato, sepolto sotto le onde.
Il mio, come forse si sarà intuito, è un paese povero, si vive di pesca e di campi, e anche adesso che la modernità ha invaso le nostre vite, da me ancora si continua a pescare e a mangiare i frutti della terra, e ancora, soprattutto, si continua a pregare la Madonna della Nicchia e a tramandarne, di donna in donna, la storia.
Dicono che fu un evento straordinario a portarla qui, una tempesta e un animale degli abissi, e dei marinai – nelle storie dei paesi di mare ci sono sempre marinai – che avevano perduto la via e la speranza.
Dicevo che il mio paese vive di pesca, e specie in inverno è necessario rivolgersi al mare, anche quando gli abissi tremano e il cielo non ne vuole sapere di darti tregua.
Un giorno di tanti e tanti anni fa, un giorno di uno degli inverni più terribili che si ricordino, quando la terra gelava e non dava frutti e le scorte erano ormai alla fine, un gruppo di pescatori, Totò, Raffaele, Ciccio, Rosario e ‘Ntoni, decisero, dopo aver consultato i vecchi, di affrontare il mare aperto per portare a casa qualcosa da mangiare.
La decisione fu presa a malincuore: gli ultimi che avevano azzardato un’impresa simile, racconta un’altra leggenda, erano morti rovinosamente e della loro esistenza rimase solo un vecchio cappello portato a riva dalle acque come monito per i futuri temerari.
Alla vigilia della partenza, su tutti gli abitanti era calato il silenzio, nessuno osava fiatare e su ogni volto sembrava si fosse posato un velo di lutto, nero e rovinoso.
Peggio di tutti stava Raffaele, comandante della spedizione e considerato da tutti il pescatore più esperto, a lui era stata affidata la missione e da lui sarebbero dipese le vite dei suoi marinai e anche quelle dei suoi compaesani.
La notte in cui salparono il cielo era terribilmente pulito, la luna piena e luminosa, ma più del solito: sembrava si fosse avvicinata di centinaia e centinaia di metri, come se avesse voluto curiosare negli affari che accadevano sotto al suo naso. Totò non si fidava della luna piena, diceva che le facce paffute sono quelle più pericolose, perché le gote piene nascondono meglio le vere intenzioni.
Rosario aveva iniziato a raccontare le sue storie. Ne aveva sempre di bellissime, e anche se erano tutte inventate di sana pianta, erano talmente belle che lo si ascoltava anche solo per assaporare un po’ di bellezza e di straordinarietà. Quella sera però anche la sua storia aveva qualcosa di stonato, e anche lui aveva titubato parecchio raccontandola.
D’improvviso il cielo si fece nero. Prima una luce lontana all’orizzonte li aveva messi in allarme, poi il sempre più frenetico incresparsi delle onde. Avevano appena deciso di fare ritorno quando un fulmine, con il suo tuono portentoso, li aveva zittiti e lasciati senza fiato. La tempesta era scoppiata.
Le tempeste di mare non sempre si vedono dalla terra ferma. Si scorge qualche saetta, forse ci bagna anche una fresca pioggia, ma niente ci lascia indovinare la furia del mare.
Raffaele, che non si scoraggiava mai, neanche quando le cose volgevano al peggio, quella notte fu preso da un tale sconforto che non gli rimase che invocare la madonna e tutti i santi che gli stavano vicini da sempre, quand’ecco che un tremendo scossone fece traballare la nave, quasi precipitandola fra le onde schiumose. Qualcosa li aveva urtati. Avevano pensato immediatamente allo scheletro di un’altra nave, magari vittima prima di loro della tempesta, ma una seconda botta, seguita da un ruggito fenomenale, li aveva impietriti e terrorizzati impedendo qualunque pensiero. Un altro scossone e la nave aveva iniziato a prendere una direzione. Un enorme, gigantesco animale, più dinosauro che pesce, li stava spingendo non sapevano con quali intenzioni verso una destinazione sconosciuta. Totò, dallo spavento, svenne, Ciccio lo seguì poco dopo, mentre ‘Ntoni, e Rosario non riuscivano a dire neanche una parola.
Raffaele non svenne, non disse nulla, ma quando si girò verso i suoi compagni, lo videro d’improvviso solcato da rughe e coperto di finissimi capelli bianchi: aveva perduto la giovinezza.
Il mostro continuava la sua corsa e finalmente arrivarono alla meta: una piccola grotta che nessuno di loro ricordava di aver mai visto. Nessuno riconosceva, anzi, neanche uno scoglio di quel luogo misterioso, niente somigliava alla scogliera che era loro familiare, e nulla li riportava a un qualcosa di noto, di amico.
Dopo averli condotti lì, con un grido infernale, la bestia si rigettò in mare, per sprofondare negli abissi senza lasciare altra traccia di sé che quel ricordo spaventoso e i capelli bianchi di Raffaele.
La grotta, che dall’esterno sembrava piccola e inospitale, si rivelò un portento di splendore e grandezza: il soffitto, ricoperto di stalattiti di ogni colore e misura, illuminava le stanze, ognuna risplendente di una luce differente. Vi erano pietre preziose, piante mai viste, un tripudio di vita sconosciuta e immortale. Si muovevano ignote creature marine, ma anche uccelli e mammiferi, tutti intenti a vivere il loro piccolo eden.
I marinai, che ancora non si erano ripresi dallo spavento, ci misero un po’ a comprendere dove fossero finiti, e si guardavano sbigottiti non riuscendo a proferire parola.
– Questa dev’essere la tana del diavolo!
– Guardate!
A destra della grotta, nascosta da decine e forse centinaia di monete d’oro, s’intravedeva una grotta più piccola, un cunicolo da cui sembrava provenire la luce che illuminava quella meraviglia. ‘Ntoni, che era convinto che fosse tutto un artificio del demonio, si era seduto con la testa tra le mani e aveva iniziato a recitare il rosario, chiedendo perdono, tra un singhiozzo e l’altro.
Ciccio, che non aveva recitato un’avemaria neanche per l’anima di sua madre, si era messo pure lui a pregare, disperato, tirando calci e maledicendo l’impresa folle in cui si erano lanciati.
Raffaele, intanto, senza che nessuno degli altri se ne accorgesse, era entrato nella piccola grotta e da lì, con una voce quasi ubriaca, si mise a gridare e a chiamare i suoi compagni:
– Siamo salvi! Venite, presto, siamo salvi!
Trovarono lei. Era enorme, radiosa, e tanto magnifica da sembrare viva.
La mattina seguente, all’alba, altri uomini del paese erano usciti per cercarli: avevano visto il mare infuriare ed erano già pronti a piangere non solo l’inverno ma anche i loro compagni perduti.
Le donne si erano riunite in chiesa per pregare, e i bambini, che anche loro quel giorno sembravano aver dimenticato la felicità dei giochi, silenziosamente guardavano le onde, attoniti.
Finalmente un grido.
Li avevano trovati addormentati sulla riva e sopra di loro, rintanata tra gli scogli, una piccola statua della Madonna, una statua di cui nessuno ricordava l’esistenza.

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