San Gregorio

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La chiazza de sante Necola, 2017

Il primo fatto era questo: era stato commesso un delitto; il secondo fatto era che di questo delitto non vi era traccia.
Il paese di San Gregorio sibilava da settimane e i suoi sibili, anche se più discreti dell’acquattarsi di una biscia, avevano raggiunto il maresciallo dei carabinieri.
Tutto era cominciato con un piangere sommesso.
Le vecchie si erano riunite con le loro sedioline, avevano lasciato il focolare alle nipoti e insieme avevano preso a discutere, mentre Maria, nascosta dalle tende delle finestre, ascoltava singhiozzando e gemendo.
Le uniche cose che erano trapelate, per mezzo dell’indiscrezione di qualche bambino arrampicato chissà dove a farsi gli affari non suoi, le uniche parole che rimbalzavano di vicolo in vicolo erano “delitto” e “demonio”.
Gli uomini dapprima non diedero peso: le donne, si sa, erano capaci di trasformare una banale scappatella in un oltraggio alla Madonna; ma vedendo che i giorni passavano e che sempre più donne lasciavano le loro figlie a custodire le case, e sempre più forti si facevano i lamenti di Maria, allora si mossero pure loro.
Venne chiamata comare Adelina che parlò per parecchie ore col suo compare Tonino, e che a sua volta riferì agli altri compari.
Bisogna sapere che San Gregorio, anche se da qualche tempo era stata colpita – almeno nelle sue zone più recenti – da quella che taluni chiamano civiltà, sopravviveva le sue antiche usanze, nascosta dalle vecchie mura del centro storico. Lì un’altra san Gregorio, remota e inviolabile ai nuovi, sbrigava le sue faccende, fossero piatti da lavare o torti da vendicare.
Le difatti due San Gregorio, non si incontravano mai, al massimo, quando disgraziatamente capitava che s’incrociassero, si fissavano guardinghe e diffidenti.
Guardingo e diffidente era anche il maresciallo dei carabinieri, al secolo Ettore Bagarini, che, sceso da Milano, era finito in uno degli angoli più degradati dell’estremo sud e ancora non si capacitava, dopo dieci anni, di certi strani fenomeni e credenze che animavano le vite e i destini di quel luogo.
Quando un brigadiere gli aveva parlato di questo brulicare che rumoreggiava tra le donne e gli anziani della città vecchia, aveva creduto – come prima di lui gli uomini – che si trattasse di una questione di corna, e mentre il sottoposto parlava, lui pensava alla cena che anche quella sera avrebbe consumato nella trattoria vicino casa sua, e gli aveva distrattamente suggerito di indagare e di tenerlo aggiornato.
Il brigadiere Leone che non era distratto ed era cresciuto nella vecchia San Gregorio, non aveva preso sottogamba il suggerimento del maresciallo e si era presentato l’indomani mattina nel suo ufficio, assieme a due uomini.
Signor maresciallo, questi due hanno qualcosa da dirvi.
– A proposito di?
– La storia della città vecchia.
Uno dei due, dopo che il brigadiere li ebbe presentati, guardandosi attorno come per assicurarsi che nessuno oltre ai presenti fosse in ascolto, scrutando il compare iniziò a parlare:
– Maresciallo, in paese accadono cose strane.
Il racconto, lungo e sommesso, interrotto da silenzi e sguardi ora al compare ora a invisibili presenze, non aveva aggiunto nulla o quasi a quanto già non aveva riferito il brigadiere il giorno prima: le donne lasciavano le case, forse era stato commesso un delitto, questa Maria era disperata, bisognava indagare e mandare i preti perché era una questione tra il diavolo e quella povera donna.
I due uomini non sembravano tipi da farsi spaventare da storielle da nulla, il brigadiere lo aveva informato su di loro e sembravano due normalissimi uomini di campagna, credenti solo nelle feste comandate, nessuno dei due sembrava particolarmente attaccato alla bottiglia o ad altre sostanze; eppure, quei due uomini grandi e grossi, adesso erano lì davanti a lui impauriti e in preda a una specie di delirio superstizioso.
Questa Maria era una giovane donna, sposata da poco e da pochissimo vedova, arrivata a San Gregorio da un paese vicino, un paese di mare. Gli abitanti della città vecchia, abituati solo all’ombra dei monti che riparava le loro case, non avevano in simpatia la gente del mare, soprattutto le donne che, dicevano, portavano scompiglio e rovina; Maria però si integrò bene, non aveva portato scompiglio e l’unica rovina toccò proprio a lei con la prematura morte del marito, caduto da un’impalcatura mentre lavorava alla costruzione di una casa.
Furono celebrati i funerali, la vedova venne consolata e adesso aveva il diritto di vestirsi di nero e di sedersi assieme alle altre vedove del paese, d’inverno nella casa della più anziana e d’estate davanti alla sua porta.
Poi venne il giorno che Maria, molto dopo la morte del marito, iniziò a piangere e a gridare e le vedove, anche la più anziana, avevano preso a radunarsi davanti casa sua.
Il maresciallo, congedati i due compari, era rimasto solo col brigadiere:
– Che ne pensi, Tonì?
– Non ci sono cadaveri, ma potremmo cercare nelle campagne.
La campagna era un’altra San Gregorio ancora. Lì le persone, le stesse del paese, diventavano persone diverse e diversamente agivano; la campagna era il luogo dove si risolvevano le cose, dove si puniva o si premiava, dove, per comprenderne le dinamiche, bisognava prima essere iniziati a tutta una serie di rituali, usanze e soprattutto di poteri.
Quello che aveva le terre migliori e che quindi aveva il controllo di quello che succedeva nei campi, era il signor Enzo Turitto, ormai novantenne ma ancora perfettamente lucido.
Disse che di cadaveri non sapeva niente ma che pure lui aveva sentito parlare di questo delitto e che bisognava chiedere alle donne:
– Dottò, so’ fatti di femmine, sono più complicati dei cadaveri.
Il maresciallo non aveva molta voglia di addentrarsi in paese. Ogni volta che ci provava rimaneva ingarbugliato in quel labirinto di vicoli tutti uguali, tutti bianchi, tutti col solito basilico alle finestre e le vecchie a sbirciare dalle porte, e non solo il suo tragitto si perdeva, ma anche i suoi pensieri, accecati da quel bianco e dalle girda che si interrompevano di colpo al rumore dei suoi passi.
Le donne del paese vecchio non erano facili da avvicinare; di solito le si incontrava al mercato o sedute tutto insieme, o ancora in chiesa, ma non appena uno sconosciuto tentava una anche minima confidenza, subito, aggrottando lo sguardo, si allontanavano. Gli unici che avevano il diritto di parlare con loro erano gli anziani, i bambini e i loro compari.
Il maresciallo, consigliato dai signori che gli aveva portato il brigadiere, era andato a chiedere di comare Adelina, quella che faceva da tramite tra il mondo delle donne e quello degli uomini.
Aveva cinquant’anni, ma già parlava e si muoveva come se la vecchiaia l’avesse precocemente abbracciata; non si era mai sposata e neanche si sapeva di tresche di alcun tipo, ed era la maggiore esperta di malocchio di tutta San Gregorio.
Quando si era trasferito, subito la sua padrona di casa gliel’aveva portata in casa: diceva che portava bene far benedire i muri da una che non aveva paura del demonio, e il maresciallo si ricordò di aver pensato che, se esisteva, il demonio doveva avere proprio la faccia di quella donna.
La ritrovò dieci anni dopo esattamente come la ricordava: vestita di nero, piena di corone del rosario e quello sguardo crudele che tanti anni prima gli fece venire in mente il diavolo.
Lo accolse in casa con eccessiva cordialità, pregandolo di non fumare perché lei non tollerava le sigarette.
– I delitti, invece, li tollerate?
– Quali delitti?
– Il delitto di cui parla Maria.
– Non c’è nessun delitto.
– E di cosa blaterate allora in paese?
– Noi non blateriamo, né di delitti e né di altro.
– Bene, non blaterate, e di che parlate allora?
– Di fatti nostri.
Uscito da casa della comare, si era sentito osservato da mille occhi ostili, ora vibrava una tenda, ora si riaccostava un uscio: tutte erano decise a fargli capire, in nemico silenzio, che non era il benvenuto.
– Dottò, ci avete provato!
Ridendo, un ragazzino di nove anni, gli si era avvicinato, forse un po’ dispiaciuto per l’accoglienza che aveva investito il maresciallo.
– Andiamo da Maria!
E lo condusse da lei, senza che gli avesse chiesto nulla.
La casa sembrava disabitata: tirate le tende, non una luce s’intravedeva dall’interno, nonostante il crepuscolo inoltrato; non fosse stato per un sottilissimo lamento che strisciava dalla porta perdendosi nel vicolo, il maresciallo avrebbe desistito non credendola in casa.
– Io non entro, dottò, vado a mangiare!
Corso via il ragazzino, la strada si riempì di silenzio, e il maresciallo rimase solo, col pugno alzato e pronto a bussare alla porta, ad ascoltare il suo respiro che pian piano s’ingrossava.
“Maria Cantone, vedova Torchiani, nata il sette aprile 1943 a Cefolo, residente a San Gregorio, anni ventisei”.
Non aveva avuto figli, non si era risposata e nemmeno era tornata a Cefolo dalla sua famiglia. Il maresciallo aveva preso tutte le informazioni su di lei e non aveva trovato niente: era arrivata a San Gregorio vestita di bianco e vi sarebbe morta vestita di nero. L’unico altro particolare che sapeva di lei era che doveva essere bellissima, di quella bellezza che la montagna non riesce a copiare al mare.
Lui non era sposato. Viveva da solo in un appartamento minuscolo, dove passava solo le ore della colazione e del sonno, e in quel momento gli venne da pensare che forse la sua solitudine doveva essere anche peggiore di quella della vedova.
Uno sguardo ferino lo fece bruscamente tornare al suo dovere: Maria lo stava fissando dalla tenda della porta.
– Signora, sono il maresciallo, devo parlare con lei.
Lo fece entrare, ma era subito andata a nascondersi in un angolo lontano dalla luce del lampione che debolmente illuminava l’ingresso.
Aveva qualcosa tra le braccia ma il maresciallo non era riuscito a vedere cosa. Fu invece investito dal tanfo tremendo che impestava l’abitazione, un odore come di carne avariata che lo costrinse a ributtarsi in strada per non vomitare.
Calmati i conati, alzando la testa si era trovato davanti comare Adelina, che doveva averlo seguito senza che lui se ne accorgesse.
– Venite con me.
Era l’ora di cena. Gli odori delle cucine e i programmi televisivi a tutto volume gli avevano per qualche minuto fatto dimenticare il tanfo a casa di Maria, che aveva lasciato senza neanche curarsi che non scappasse.
Arrivati davanti alla chiesa madre, comare Adelina si fermò e, preso un mazzo di chiavi dalla tasca, aprì una porticina sul retro, invitandolo a entrare.
– Di certe cose non si deve parlare in piazza.
– Di cosa?
– Voi, dottò, scusate se mi permetto, ma dei fatti nostri non sapete molto. Io mi ricordo di quando sono venuta a benedire casa vostra, e mi ricordo che mi spiavate male, ma male proprio, che non capivo. Poi la mia comare, la vostra padrona di casa, mi ha detto che voi queste cose non le conoscete, e vabé. Ora voi, però, queste cose le volete conoscere, solo che io non so se capirete. Voi il male lo conoscete?
– Certo che lo conosco, sono carabiniere!
– Non il male degli uomini, il male quello vero, quello del diavolo!
Lui rimase in silenzio, aspettando che continuasse.
– Ecco, vedete, dalle parti nostre al diavolo non ci abbiamo smesso di credere mai. Voi altri la chiamate pazzia, o cattiveria, o altro, ma noi sempre lo riconosciamo, anche dove manco un prete lo vedrebbe. Io Maria la conosco da quando è arrivata qui. E’ venuta da sola, non aveva nessuno, eppure noi subito le abbiamo voluto bene e lei a noi. Ci credete se vi dico che Maria, non fosse che s’è sposata, sarebbe pura come la Madonna? Ecco, al diavolo quelle pure come lei non ci piacciono e le deve tomentare: prima ci ha ammazzato il marito, ora le ha mandato le majare.
– Cosa?
– Le majare. Sono le anime delle donne che non hanno avuto figli, sono quelle che, al posto di pregare, hanno maledetto il Signore e si sono dannate per sempre. Voi lo sapete, maresciallo, che una donna senza figli può pure impazzire? Come le cagne. Una cagna senza cuccioli impazzisce. Ecco, Maria pure non ha avuto figli, ma lei non è impazzita, no, lei pregava sempre e diceva il rosario con noi. E questo al diavolo non stava bene e le ha mandato le majare a tormentarla. Le hanno portato il bambino morto in casa. Lei giura di non averlo mai visto prima, se l’è trovato nel letto, già freddo, e non si sa da dove sia venuto.
– Lo tiene in braccio?
– Lo culla come se fosse vivo.
– Di chi è il bambino?
– Delle majare. Portano bambini morti alle donne e le tormentano. Se non curi i loro bambino come se fosse il tuo, allora ti portano all’inferno con loro. Io lo so che voi non ci credete, e so che ora la farete arrestare, la chiuderete in qualche manicomio e per voi sarà tutto finito, non è la prima volta che succede. Una cosa sola vi chiedo: arrestatela domani.
– Che dovete fare?
– Dobbiamo pregare.
La mattina seguente, il maresciallo era tornato a casa di Maria, questa volta col brigadiere Leone e uno psichiatra.
Bussarono più volte, provarono a chiedere ai vicini ma nessuno rispose, allora si decisero ad aprire con la forza.
Maria e Adelina erano sedute, Maria con la testa sul grembo della comare, e i loro occhi vuoti sembravano ancora fissare la statuetta della Madonna che gli stava davanti.
Cercarono e ricercarono ma del corpo del bambino non c’era traccia, neanche del fetore che la sera prima lo aveva tramortito.
Aveva accompagnato il dottore alla sua macchina, poi aveva congedato il brigadiere, dicendogli che sarebbe tornato a piedi in caserma.
– Dottò!
Una donna lo chiamava da una finestra.
– Non se la so pigliata l’anima sua.
– Cosa?
– Si sono riprese il figlio loro e Adelina le ha cacciate.
– Chi?
– Le majare, maresciallo, le majare sono andate via!
E una strana sensazione, come di sollievo, lo prese di colpo.

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