Ricordi

*
Gli occhiali di Elsa erano enormi, di plastica marrone, sempre puliti, limpidi anche nei giorni di pioggia. I suoi occhi, invece, gli occhi di Elsa, erano piccoli, umidi, squittivano da un punto all’altro e sempre parevano nascondere, nascondersi, anzi, dietro quelle lenti tirate a specchio.
Era buona Elsa, ma il male lo sapeva fare anche lei. Una volta aveva preso il mio diario dal cassetto e aveva fatto leggere a tutti le mie poesie per Marta, le aveva fatte leggere anche a Marta perché erano amiche.
Non scrissi poesie per molti anni, la prima, dopo tanto tempo, la dedicai proprio a Elsa.
Di Filippo ricordo le grosse narici, tanto grosse che temevo sarebbe riuscito a respirare l’aria di tutta la terra. Parlava con le sue narici: si allargavano terribilmente quando era arrabbiato, mentre si distendevano mansuete quando raccontava le sue storie.
Le vidi anche tremare, succedeva quando passava Rosina, la lattaia, e allora loro iniziavano a fremere, a vibrare, e Rosina rideva e Filippo fremeva.
Era bella Lucia, qualcuno diceva che era la più bella del paese, forse del pianeta. Aveva lunghi capelli neri che le scivolavano sulle spalle e uno sguardo da animale selvatico, come di lupo. Sorrideva, Lucia, e la sua voce echeggiava limpida, forte, sempre un tono più alta di quella degli altri. Aveva anche un corpo Lucia. Era bello e si muoveva con lei, con la sua voce e con i suoi capelli: era un corpo Lucia, era forse quanto di più vicino a un corpo si potesse immaginare.
Poi Lucia divenne un’altra Lucia, e del suo corpo non rimase più traccia: si copriva sempre con un velo, le mani fasciate in morbidi guanti. E la sua voce, la sua voce si era raggrinzita, come lo scricchiolio delle assi di legno o come il bruciare di una candela nella notte.

**
Dei corpi, mi diceva mia madre, meno si sa e meglio si sta, lei diceva questo ma io poco ci credevo.
Anche Elsa mi diceva qualcosa di simile, mi diceva che era più importante il pensiero, o l’arte, però io la vedevo che al corpo ci pensava pure lei, vedevo i suoi occhietti agitarsi, inumidirsi.
Filippo di corpi parlava sempre, invece. Lui delle donne guardava solo quello, per lui le donne erano pura carne, aveva una devozione per il corpo femminile che quasi ti veniva voglia di assaggiarle, le donne, ti sfilavano nella testa come un gustosissimo menù di cui neanche riuscivi a immaginare la straordinarietà dei sapori.
Elsa un giorno mi aveva fatto giurare, mi aveva svegliato di notte sedendosi sopra di me, e, mettendomi una mano sulla bocca, mi aveva detto:
Io ora ti dico una cosa, ma se tu parli giuro che ti ammazzo.
Giurai. Lì capii perché Lucia non aveva più un corpo, o meglio, finsi di capire, perché Elsa era più grande di me di quattro anni e io non sapevo tutte le cose che sapeva lei, ma ero certo che si trattava di qualcosa di terribile, terribile come non volere più un corpo.
Quello fu il mio primo segreto, dopo ne vennero altri compreso il segreto delle poesie che Elsa mi aveva rovinato per sempre. In generale non mi piaceva molto il sistema delle cose segrete: troppo lavoro, sempre troppe persone coinvolte, sempre troppe cose da ricordare o da dimenticare; avevo però imparato che non se ne può fare a meno, che è meglio nasconderle certe cose, come i pensieri, che quelli vengono sempre, ma non è che siano sempre giusti.
I miei primi pensieri riguardavano le nuvole. Mi piaceva pensare che un giorno sarei riuscito a raggiungerne una, a sdraiarmici sopra e aspettare che piovesse per vedere dall’alto tutti a scappare terrorizzati dall’acqua. Me li immaginavo proprio come tante formiche terrorizzate.
Lo dissi a Elsa e secondo lei dovevo essere proprio cattivo se mi piaceva tanto l’idea di far inzuppare tutti mentre io me ne stavo beato a ridere sopra una nuvola.
Non ero cattivo, di questo ero sicuro, ma non ero più tanto sicuro di dover dire tutto quello che mi passava per la testa a Elsa, che mi era simpatica, ma certe volte era proprio una rompiscatole.
Filippo aveva già trent’anni e lavorava tutto il giorno. Quando tornavo da scuola aspettavo sempre che tornasse anche lui per mangiare assieme, perché non mi piaceva l’idea di dover stare con le donne di casa, volevo sentirmi diverso da loro e allora, nonostante il mio stomaco brontolasse, aspettavo.
Quando arrivava, mia madre gli metteva sempre una bottiglia di vino rosso vicino al piatto, lui mi guardava e ridendo mi diceva:
Vedrai che tra qualche anno la dà pure a te la tua bottiglia di vino.
Perché tra qualche anno? Io voglio adesso del vino, proprio come te!
E scoppiavano a ridere, Filippo e mia madre, e lei, sfregandomi la mano sulla testa mi versava l’acqua nel bicchiere e se ne andava ridendo ancora.
Mi piaceva parlare con Filippo, mi diceva un sacco di cose e lui faceva un sacco di cose interessanti. Lavorava al cantiere con mio zio, costruivano tutto quello che c’era da costruire e tutto quello che costruivano loro era indistruttibile.
Un giorno mi aveva portato con lui, mi aveva messo un caschetto giallo, mi aveva agganciato a delle corde e mi aveva portato all’ultimo piano dell’impalcatura.
Perché io ho il casco e tu no?
Stavano completando l’ospedale del paese e ne erano tutti fieri.
Lucia non so bene che facesse. Aveva diciannove anni e a scuola non andava più. Non andava neanche a lavorare, e mangiava da sola in camera sua.
Qualche volta si fermava a guardarmi, i suoi occhi, quando ti guardavano, sembravano diventare enormi, sempre più grandi, sempre di più, e poi di colpo tornavano normali, lei scricchiolava qualcosa di incomprensibile e poi tornava in camera sua, seguita dal vociare delle sue gonne sul pavimento.
Ma prima non era così, prima Lucia era un’altra.

***
Non avevo ancora scoperto cosa significasse avere una cotta quando un giorno arrivò lei e mi sembrò di non aver mai visto prima una cosa più bella.
Marta non veniva spesso a casa, ma quelle poche volte che veniva cercavo di farmi vedere sempre al meglio: Filippo mi aveva detto che per prima cosa le donne guardano l’aspetto, poi vedono se sei una persona seria. Io credevo di essere abbastanza serio, ma sull’aspetto ero decisamente insicuro. Gracilino, bassetto, non avevo ancora neanche il primo accenno di barba, quando alcuni miei compagni sfoggiavano già fieri i primi baffi.
Elsa si era accorta subito che c’era qualcosa di strano in me, e ogni volta che arrivavano a casa si chiudevano nella sua stanza o mi mandavano a fare delle commissioni solo per allontanarmi. Fu proprio al ritorno da una di quelle commissioni che li trovai tutti a ridere delle mie poesie: Elsa, Marta, Filippo e pure la mamma, erano tutti seduti in cucina ad ascoltare Elsa che le declamava, perfida.
Non parlai con nessuno di loro per giorni, bruciai il diario e decisi che la poesia non mi avrebbe più riguardato.
Qualche giorno dopo accadde che Lucia non fu più Lucia.

****
Era stata un’altra fino a quando aveva quindici anni, ovvero fino a prima di incontrare Mario.
Di questo Mario non sapevo niente, sapevo che aveva lavorato per un periodo con Filippo al cantiere, che spesso veniva a casa a mangiare e che poi, senza che ci capissi molto, all’improvviso Filippo, era andato a picchiarlo assieme a due amici e lui si era trasferito in un paese lontano, con una gamba rotta e forse anche sulla sedia a rotelle.
Non aveva mai visto le narici di Filippo diventare così grosse come quella volta, erano furibonde tanto che ero sicuro che a quel Mario lo avrebbe ammazzato.
Eravamo seduti a tavola e io tenevo ancora il broncio; quel giorno c’era anche FIlippo a tavola con noi perché i lavori erano finiti e il prossimo cantiere sarebbe partito dopo qualche giorno. Era stranamente silenzioso. Lo erano anche Elsa e la mamma, mentre Lucia era rimasta in camera sua, ci era rimasta anche il giorno prima, e quello prima ancora, solo che io non me n’ero accorto perché ero troppo arrabbiato per accorgermi di qualunque cosa.
Mia madre rigirava la pasta nella forchetta, Filippo aveva lasciato il vino nel bicchiere e Elsa puliva in continuazione i suoi occhiali. Solo io avevo finito il mio piatto di pasta e ne avrei voluta ancora, solo che non avevo il coraggio di chiederne dell’altra.
Poi un grido.
Ricordo solo che era completamente ricoperta di sangue, che era piena di tagli ovunque, e che anche Filippo era pieno di sangue mentre la caricava in macchina.
Quando tornarono dall’ospedale, Filippo aveva le narici terribilmente dilatate, prese la sua giacca e uscì di corsa.
Quella notte Elsa mi svegliò:
– Io ora ti dico una cosa, ma se tu parli giuro che ti ammazzo.
– Non parlo.
– Lucia voleva ammazzarsi, e ora Filippo vuole ammazzare Mario.
– Che c’entra Mario?
– Stai zitto e fammi finire! Mario l’ha quasi ammazzata a Lucia. L’ha costretta a fare cose che lei non voleva fare, l’ha costretta e ora Lucia si vuole ammazzare.
– Cosa ha fatto Lucia?
– Lucia non ha fatto niente. Tu ricordati che Lucia non ha fatto niente.

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