Onan

Mi masturbavo almeno cinque volte al giorno. Iniziavo la mattina, ancora nel dormiveglia, e mi addormentavo la sera col membro in mano.
Quando ero piccolo arrivavo a scorticarmi. La pelle mi bruciava e urinare era un tormento, ma ugualmente non riuscivo a farne a meno. Poi imparai a non farmi male.
La mia prima sega era stata orrenda. Non sapevo bene come si facesse, un mio amico mi aveva prestato un hentai, solo che era successo tutto così in fretta che sporcai ovunque, pantaloni, giornaletto, pavimento. Provai una vergogna indicibile, mi sentivo sporco, sentivo ovunque l’odore di sperma ed ero convinto che lo avrebbero sentito tutti e che mi avrebbero preso in giro per sempre.
Le prime volte non era neanche esattamente piacevole: era più una scossa, una scarica che non riuscivo a controllare, e che arrivava sempre troppo presto o che si interrompeva proprio sul più bello – perché sentivo mia madre chiamarmi o perché un passo dietro la porta mi distraeva – e inevitabilmente finiva, lasciandomi seduto sul gabinetto, con le mani impiastricciate, a sentirmi tremendamente ridicolo.
Il controllo lo imparai man mano e imparai anche a non sentirmi sporco.
Non usavo mai giornali e riviste, mi bastava quello che vedevo, e per farmi eccitare ci voleva veramente poco. Una mattina stavo andando a scuola e incontrai la vicina mentre correva con delle sue amiche. Era estate, quindi erano tutte in top e pantaloncini, non erano neanche chissà che, avevano comunque cinquant’anni, ma io mi trovai costretto a nascondermi per farmela passare; durò pochi secondi: era la prima volta che mi masturbavo fuori di casa.
Da lì capii che avrei potuto farlo ovunque, bastava essere discreti. Iniziai in classe, guardando il sedere alle mie compagne. Ero all’ultimo banco, fingevo di prendere appunti o di ascoltare, nessuno mi era seduto accanto, non rischiavo niente, e nessuno sembrava accorgersi di niente. Neanche mi sbottonavo, sfregavo soltanto e l’orgasmo arrivava, sempre pronto.
Sempre pronto.
Mi masturbavo per qualunque cosa: per un quadro nel libro di arte, per una poesia, per una battuta. A volte mi veniva d’improvviso, senza nessunissima ragione: mi veniva duro e mi masturbavo, era un gesto naturale, come grattarsi il naso.
Lentamente mi prese l’apatia. L’eiaculazione era sempre accompagnata da un senso di vuoto, una specie di angoscia; dapprima la scambiai per vergogna, poi prese i toni sempre più netti della nausea. Eppure non riuscivo a smettere. Non mi accadeva solo quando rischiavo di essere scoperto: l’adrenalina cancellava ogni sensazione spiacevole e mi regalava una sorta di onnipotenza, mi sentivo un dio solo per il fatto di non farmi scoprire mai.
Allora alzai la posta.
Prendevo l’autobus 18, quello che porta al Parco dei Tigli, molto lontano dal mio quartiere. Iniziai a masturbarmi sulle panchine. Era pieno di ragazze che correvano, che prendevano il sole e nessuna di loro badava a me. Solo una volta notai una signora che, guardandomi male, tirò via sua figlia dalla panchina accanto alla mia. Mi masturbavo fantasticando su di lei.
Quello fu l’unico incidente e, al posto di fermarmi, mi diede un’altra idea.
Cominciai a guardarle dritto negli occhi.
Qualcuna andava via insultandomi, altre arrivavano a cacciarmi, ma io cambiavo solo di posto e ricominciavo. Non mi sbottonavo, non avevo le mani sporche, non potevano dimostrare niente, a parte un leggero turgore.
Tornò la sensazione di nausea e cambiai di nuovo.
Come al solito andavo al Parco dei Tigli, ma avevo deciso di sceglierne una e di seguirla fino a casa. Per masturbarmi dovevo aspettare un po’ di più, ma l’effetto era decisamente migliore, e aumentava quando si accorgevano di essere seguite, quando le vedevo accelerare, impaurite o arrabbiate, ed io facevo sempre in modo che se ne accorgessero: sorridevo, lasciavo che vedessero il gonfiore sotto la cerniera dei pantaloni.
Non mi interessava toccare, volevo solo che mi vedessero.
La nausea arrivò di nuovo, questa volta prima del solito. Mi accorsi che per mantenere il piacere dovevo aumentare il rischio, ma per un po’ aspettai, continuai ancora a seguirle e a masturbarmi sotto le loro finestre chiuse. Poi mi resi conto che non riuscivo a eiaculare.
Fu lì che passò lei.
Era una ragazzina di sedici o diciassette anni, non saprei, ma frequentava la mia scuola.
Non sapevo che vivesse vicino al Parco dei Tigli, e non sapevo che fosse così eccitante. Era una di quelle tutto studio, una secchiona con occhiali e capelli arruffati, ma sotto il maglioncino largo si intravedevano due sei enormi, alti, di cui lei probabilmente si vergognava. Si stupì di trovarmi vicino al suo portone e mi salutò, timidamente.
L’avvicinai con una scusa, mentre continuavo a fissare quel petto gonfio che lei provava a coprire premendoci sopra i libri.
Accadde tutto molto in fretta.
La trascinai nel cortile, in un angolo appartato. Oppose poca resistenza, non capiva.
La spinsi contro il muro e velocemente mi tira giù i pantaloni. Poi la gettai per terra, e mentre le tenevo chiusa la bocca con una mano, con l’altra le sollevai la maglia e mi masturbai lì, sui suoi seni enormi.
La sentivo singhiozzare, dimenarsi, ma la lasciai andare solo quando, esausto, mollai la presa, dopo averla insudiciata.
I suoi genitori mi trovarono lì, inginocchiato con gli slip abbassati e il pene ancora turgido. Poi un colpo sulla nuca e mi svegliai in ospedale.
Nella stanza c’era mia madre che parlava con due carabinieri, appena videro che ero sveglio si avvicinarono per dirmi che ero in arresto, che ero accusato di violenza su minore e atti osceni in luogo pubblico, che mi tenevano d’occhio da un po’.
Mi venne in mente la signora con la figlia, quella che mi aveva guardato male al parco. Mi venne duro di nuovo.

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