Il ventisette

Il ventisette 1
I.
Il giorno ventisette il signor Cavalli aveva deciso di ritirare tutti i suoi soldi in banca, quasi 100.000 euro in contanti. Aveva comperato una valigetta di pelle di ottima fattura, si era rasato barba e capelli, aveva indossato il suo cappotto migliore e si era diretto in banca con passo fermo e sicuro.
Si era svegliato come ogni giorno di buon’ora, aveva preparato il caffè per sé e per la moglie, e come sempre aveva guardato il primo notiziario del mattino, che trasmetteva le solite notizie di attentati, crisi economica, omicidi.
Il giorno prima a lavoro era andato tutto come doveva andare, aveva pulito per bene la macchina affettatrice, aveva contato e messo in cassaforte l’incasso e aveva preso nota dei prodotti da richiedere al fornitore, con l’appunto, sottolineato in rosso, di non farsi più fregare e di pretendere anche lui sconti e offerte vantaggiosi.
Suo figlio aveva preso l’ennesimo nove in latino e gli avevano dato dei soldi per comprare qualcosa che gli piacesse. Non gli dava mai preoccupazioni: conosceva tutti i suoi amici, rientrava a casa presto e portava sempre ottimi voti, spesso accompagnati dalle lodi dei professori. Era un secchione, e anche se lui pensava che sarebbe dovuto essere fiero di un figlio così, la verità era che un po’ lo annoiava con tutte le sue perfezioni.
Sua moglie era uguale a suo figlio: perfetta a lavoro, perfetta nell’aspetto, perfetta nel tenere la casa. Era maestra d’asilo e si vantava di aver passato lei a suo figlio l’amore per lo studio. Amava molto suo marito, anche se segretamente si vergognava di quel negozietto piccolo piccolo frequentato per lo più da anziani e disoccupati, ma si consolava con l’indubitabile intelligenza sua e del loro erede.
Dunque il signor Cavalli, ottimo padre di famiglia, sposo fedele, lavoratore instancabile, un giorno, senza nessuna ragione apparente, aveva deciso di prendere possesso di tutti i suoi risparmi.

II.
– Caro, come mai così elegante oggi?
– Non te l’ho detto? Mi viene a trovare un vecchio amico e pensavo di portarlo a pranzo in un buon ristorante.
– Forse l’ho dimenticato. E il negozio?
– Ci pensa Raffaele, è già stato solo altre volte. Non aspettatemi per pranzo.
Avevano sempre avuto conti separati, sua moglie non aveva intenzione di farsi mantenere né di mantenere nessuno, eccetto suo figlio. Lui non aveva mai avuto niente da ridire, ognuno badava ai propri conti e andava bene così.
Non aveva dormito molto, nonostante avesse pianificato tutto da tempo, l’avvicinarsi del momento lo aveva investito con milioni di domande, di dubbi, di incertezze.
In fondo non stava togliendo niente a nessuno, semmai si riprendeva qualcosa: la sua giovinezza.
La sua giovinezza era un vecchio sogno di adolescente, un sogno fatto di binari, di luoghi lontani. Poi lei era rimasta incinta e addio sogni. Ecco perché si erano sposati: per riparare al danno. Suo figlio erano un danno, sì, anche se non si comportava per niente come i figli frutti di errori
Sua moglie non si era accorta di niente. Aveva dormito tutta la notte, russando in quella sua maniera fastidiosissima, aggrappata alla sua parte di letto come a un salvagente. Non aveva notato che in quel periodo rientrava più tardi del solito, che riceveva spesso telefonate agli orari più disparati, che era distratto, che era felice.
Gli servivano solo dei soldi per essere felice, e adesso aveva anche quelli.
Il banchiere lo accolse col solito sorriso:
– Buongiorno signor Cavalli, vuol fare un versamento?
– No, devo prelevare. Tutto.

III.
-Tutto, signore? È forse scontento dei nostri servizi?
-Oh, no contentissimo, anzi.
-Vuole forse pensarci qualche giorno?
-Ci penso da una vita, ci penso!
Un sacco di moduli da firmare, mille domande, il direttore spaesato, ma alla fine era uscito con la sua valigetta piena di denaro contante, un biglietto per Roma e uno zaino con lo stretto necessario.
Non si sentiva così bene da anni, anzi, non si era mai sentito così bene.
Sua moglie non si sarebbe accorta di nulla fino a sera, le avrebbe lasciato un messaggio in segreteria dall’aeroporto e sarebbe finita così, senza troppe ansie. Era sicuro che lei non avrebbe fatto scenate, non ne era capace. Suo figlio anche avrebbe reagito bene, neanche lui era capace di reazioni di sorta. Proprio come sua madre.
– Ciao cara, sono a Roma, sto prendendo l’aereo. Ho chiuso il conto, è tutto in ordine, ho lasciato in una busta la mia parte per gli studi di Claudio, puoi versarla sul tuo conto, o aprirne uno suo, fai tu. Il negozio l’ho venduto a Raffaele. E’ tutto in ordine. Addio.
Finalmente la Russia.

IV.
-Tesoro, tua madre ti deve parlare.
Aveva spiegato a Claudio le cose con una calma straordinaria, e Claudio aveva reagito anche lui con estrema calma.
-Bisogna essere ben poco razionali per partire a cinquant’anni per la Siberia.
-Era il suo sogno di ragazzo, cosa vuoi, alcune persone non crescono mai.
-Torna?
-Non lo ha detto.
-Bene, sarei comunque dovuto partire anch’io l’anno prossimo per l’università.
-Ma è fantastico, caro, hai deciso?
-Il politecnico di Torino mi sembra il posto adatto a me.
-Bene, caro, sembra anche a me un’ottima decisione.
E mentre i motori dell’aereo si avviavano rumorosamente, il signor Cavalli guardava già la sua prossima vita, fatta di treni, di fermate impreviste, di incontri.
Da Mosca sarebbe arrivato a Vladivostock, poi da lì via, verso Oriente.

Il ventisette 2
I.
Era il 27 e sapeva che Teresa aspettava l’arrivo dello stipendio per poter finalmente comprare il nuovo frigorifero: era in offerta, ne era rimasto uno solo al centro commerciale e doveva essere loro a tutti i costi. Mauro non le aveva detto che lo avevano licenziato e che stava usando la buona uscita per pagare affitto e bollette, perché non era riuscito a trovare niente di decente e si vergognava troppo a dirle che era stato licenziato.
Non era stata colpa sua, era stato assunto assunto tempo determinato e in fondo sapeva che lo avrebbero mandato via, ma ormai il danno era fatto e adesso era seduto sul divano, con la testa fra le mani, a fingere di non sentirsi bene.
Teresa lo guardava interrogativa, col bambino in braccio che non smetteva di tirarle ciocche di capelli per masticarle.
La sera prima avevano litigato, e anche quella prima ancora, e quella precedente. Litigavano da un mese. Mauro era diventato nervoso, freddo, usciva senza dirle niente e rientrava tardissimo, spesso addormentandosi sul divano. La mattina non era mai in casa, lei pensava che fosse a lavoro, lui invece vagava per la città cercando annunci e offerte.
Non sapendo più cosa fare, aveva ricominciato a sentire un vecchio amico, Paolo, da sempre innamorato di lei, e che finalmente vedeva la possibilità di levarsi dai piedi quel buono a nulla di Mauro.
Intanto Mauro continuava a tenersi la testa fra le mani, Teresa aveva rimesso il piccolo nel box e si era messa il cappotto mentre continuava a fissarlo con le lacrime agli occhi.

II.
– Vado da Paolo.
– Che vuol dire che vai da Paolo?
– Vuol dire che sono stanca, ho preparato i bagagli e me ne vado.
Paolo aspettava solo che lei lo chiamasse e lei lo aveva chiamato. Si vedevano tutti i giorni e tutti i giorni parlavano di Mauro, e Paolo la convinceva ogni giorno di più che lui la tradiva, che meritava di meglio e che anche suo figlio meritava di meglio.
– Sei giovane, sei bella, davvero vuoi passare il resto della tua vita ad aspettare che lui torni a casa?
– Non riesco a credere che stia succedendo a noi.
E invece stava succedendo: anni di progetti, attese, tutto di colpo si era polverizzato. Le veniva il magone a pensare a quando, fino a qualche anno prima, erano poveri, disoccupati ma innamorati, ed erano felici così.
Mauro continuava imperterrito a tenersi la testa tra le mani, aveva solo alzato lo sguardo su di lei e su quel bambino che invece non sembrava accorgersi di nulla.
-Cosa ci sta succedendo?
Paolo era nella sua macchina nuova, una multipla a metano che gridava al mondo la sua voglia di mettere su famiglia. Non gli sembrava vero che stesse accadendo a lui: una bella donna sarebbe salita nella sua macchina, col suo bambino e la sua riconoscenza . Aspettava impaziente di vedere aprirsi il portone, di doverla aiutare a sistemare le valigie, il passeggino, il sedile per il piccolo. Aspettava da venti minuti, sognando, felice, la sua nuova vita.

III.
Mauro era rimasto sul divano. L’aveva osservata andare via, l’aveva accompagnata con lo sguardo fino alla porta, e poi via, con la mente, in ascensore, piano per piano, fino alla macchina: ormai l’aveva affidata a Paolo e alla sua macchina nuova.
Era rimasto fermo per almeno mezzora, in silenzio. Era sollevato.
Non avrebbe dovuto comprare un frigorifero. Non doveva più fingere di andare a lavoro. Non doveva più deludere nessuno.
Aspettava sul divano, aspettava che qualcuno lo svegliasse, ma non arrivò nessuno.
Arrivò invece la sera, finalmente silenziosa, docile.
Aprì il frigo. Era pieno di ghiaccio e una vecchia insalata era rimasta intrappolata da chissà quanto tempo. Svuotò tutti i ripiani, poi staccò la spina e se ne andò a dormire.
Non sognava da tempo, quella notte sognò tutta la notte e fino alla mattina dopo, quando si svegliò a mezzogiorno col trillo del telefono.
Era Teresa.
-Non mi hai chiamata.
-Non ci ho pensato.
-Passo a prendere le ultime cose.
-Va bene, io devo uscire.

IV.
Aveva un colloquio. Aveva trovato l’annuncio due giorni prima, e lo avevano contattato immediatamente. Lui, laureato, specializzato, con master e tutto il resto, stava andando a fare un colloquio di lavoro per vendere contratti Enel assieme a una decina di disperati come lui.
Fino al giorno prima se ne vergognava, adesso la cosa lo faceva sorridere.
-E’ un lavoro, cazzo.
Compilò un modulo dove fece attenzione a omettere tutte le sue aspirazioni, studiò l’umore degli altri partecipanti e del ragazzino che avrebbe dovuto esaminarli. Erano tutti isterici: il ragazzino perché era sotto effetto di coca, gli altri perché tutto avrebbero voluto, fuorché essere lì a fare quel colloquio per quel lavoro di merda.
Andò bene, ovviamente. La settimana di prova fu una passeggiata: riuscì a ingoiare orgoglio e frustrazione e prese addirittura i complimenti del suo capo squadra.
Avrebbe ricominciato da lì,da quel lavoro di merda. Avrebbe preso il suo primo stipendio e forse il secondo, intanto avrebbe mandato altri curricula. Adesso poteva ricominciare.

Il ventisette 3
I.
Finalmente il 27! Aveva già la lista di cose da comprare: un sacco di cose, un sacco di cose costose, ma avrebbe fatto presto a rendersi conto che uno stipendio non sarebbe bastato, anche se non doveva ancora mantenersi visto che viveva con i suoi.
Era molto legato ai suoi genitori, soprattutto a sua madre che non mancava di riempire di regali e attenzioni, di farle i complimenti per la sua bellezza, per la sua eleganza… qualcuno credeva che ne fosse segretamente innamorato, che qualcosa non andasse in quella strana relazione: sempre insieme, mai un litigio, mai un diverbio qualunque.
Suo padre non c’era mai. Era un gran lavoratore e lui lo ammirava per questo, sognava di diventare come lui da quando era bambino e ora finalmente ci stava riuscendo: si era laureato col massimo dei voti, aveva seguito un master negli stati uniti e adesso aveva un ottimo impiego. Nell’azienda di famiglia, è vero, ma aveva studiato per ottenere quel posto, lo meritava tutto.
Sua madre era molto fiera di lui. Ogni giorno raccontava alle sue amiche di quanto fosse bello suo figlio, di quanto fosse bravo, di quanto sarebbe stata fortunata la sua futura nuora… le amiche la assecondavano, ma pensavano anche loro che nella loro relazione ci fosse qualcosa di incestuoso e nessuna di loro ricordava di fidanzate del figlio, solo qualche storiella che si concludeva in poco più di un mese.
Ma nelle famiglie altolocate certe stranezze erano quasi la norma, e nessuno si sarebbe mai sognato di addentrarsi più di tanto in certi segreti.

II.
-Mamma, ho bisogno di parlarti.
-Cosa c’è, caro?
-Non allarmarti, vieni, siediti, devo dirti una cosa bellissima.
Iniziava sempre così : ogni volta che conosceva una ragazza, come prima cosa ne parlava a sua madre. La invitava a sedersi, le prendeva le mani e con gli occhi commossi le parlava di lei, di quanto sfosse bella, in gamba, quanto lo amasse.
Lei allora scostava le sue dita da quelle di suo figlio e se le portava in grembo. Lo guardava severo per qualche istante e poi gli sorrideva, serena, dicendogli che era meraviglioso ma che forse stava correndo troppo, che a quell’età ci si lascia imbrogliare. Lui balbettava qualcosa, ma subito lei riguadagnava la sua fiducia:
-Invitala a cena da noi, caro, falla conoscere anche a me, vedrai che mi piacerà.
E lui, tranquillizzato, correva a chiamare la sua nuova fidanzata, tutto eccitato, contento di non aver ferito i sentimenti materni.
Sua madre, intanto, si preparava a combattere la nuova rivale.
-Caro, domani viene a cena la nuova fidanzata di Giulio.
-Domani non ci sono, ti avevo detto della serata di beneficenza.
-Oh, che sbadata, chissà dove ho la testa in questo periodo. Beh, non preoccuparti, sapremo cavarcela.
-Speriamo non sia una delle sue solite.
-Speriamo di no, caro. Speriamo di no.

III.
Per l’occasione andò dal parrucchiere e dall’estetista, comprò anche un vestito nuovo, bianco – le donava i bianco – e tornò a casa fresca come una rosa, bella come non mai.
Aveva detto alla cuoca di non badare a spese e di servire i piatti più costosi e raffinati che fosse in grado di preparare, intanto aveva ordinato alla cameriera di lucidare i cristalli e l’argenteria e di indossare l’uniforme.
La ricchezza mette sempre in soggezione, questo era il suo pensiero, e lei non voleva che la nuova ragazza di suo figlio si sentisse troppo a suo agio.
L’ora della cena arrivò. Lei era incantevole, ma si rese subito conto che estetista e parrucchiere non erano riusciti a togliere di dosso quei trent’anni di svantaggio che aveva sulla ragazza. Si scambiarono reciproci complimenti e poi la cameriera, dopo averli accompagnati in giardino, servì un aperitivo fresco e invitante.
-Mamma, oggi mi pare che tu abbia un tantino esagerato.
-Perché mai, caro, non merita forse la tua fidanzata tutte le attenzioni?
L’aveva scrutata tutta la sera ma non era riuscita a trovarle difetti particolari: bene educata, laureata anche lei e con un impiego forse migliore di quello di suo figlio. Certo, lei non aveva un’azienda di famiglia, ma per il resto non sembrava una di quelle che correvano dietro al buon partito.
Arrivarono al dolce senza troppe difficoltà. Parlavano del più e del meno, di studi, di prospettive di carriera, di metter su famiglia, e fu proprio su questo punto che la situazione precipitò.
-Mamma, dobbiamo dirti una cosa.
Era incinta. Volevano sposarsi e stavano guardando degli appartamenti in centro, anzi, l’indomani avevano un appuntamento con l’agente immobiliare per rivedere quello che gli era piaciuto di più e l’avevano invitata per un parere.
IV.
Ebbe una crisi di nervi.
Il medico consigliò un ricovero in una clinica privata, dove avrebbe ricevuto tutte le cure necessarie, nella massima discrezione.
Lei continuava a chiamare suo figlio, voleva solo lui e dava di matto ogni volta che lui le nominava la sua futura nuora.
Tornò a casa dopo quasi mese, ormai convinta di avere di nuovo in pugno suo figlio e di aver allontanato anche questa volta l’ennesima rivale, ma appena varcata la soglia di casa li trovò entrambi raggianti, lui in estasi e lei, ormai al nono mese, che chiamava un taxi per l’ospedale: le si erano rotte le acque.
La nascita del bambino le rubò definitivamente la scena, il suo rientro fu ignorato da tutti, solo qualche amica, dopo le domande sul nipotino, si era interessata a lei.
Non andò a trovare la futura nuora in ospedale, aveva chiamato suo figlio per chiedergli se fosse maschio o femmina, era maschio.
-Un maschio. Bene.
Una strana luce le era balenata negli occhi. Era un maschio. Aveva un’altra occasione.

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