Il fucile e la fotografia

-Ah, sì, lo so che non si uccide, mica sono un assassino, ma che c’entra coi tedeschi? Il mio dovere era difendere, e l’ho rispettato, se per difenderci dovevamo ammazzare, beh,non era colpa nostra. E lo farei ancora, cosa credi: pecca chi offende la vita, non chi combatte per lei.

Mio nonno era cattolico praticante, andava tutte le domeniche a messa, digiunava per la Quaresima, odiava la carità ma andava ogni giorno a mangiare con Antonio, un uomo che viveva in stazione con un carrello. Usciva per le sette, diceva a mia nonna che andava a fare bisboccia e con Tonino, come lo chiamavano tutti, e prendeva un tavolo in trattoria da Vittorio.
Vittorio all’inizio storceva il naso perché Tonino non era solito usare il dopobarba, ma poi sua moglie, zittendo il marito e trascinandosi dietro Tonino, risolse tutto con poche parole e un pezzo di sapone di Marsiglia alla settimana.
Mio nonno era cattolico, ma era prima di tutto un contadino.
Infatti aveva sempre il viso abbronzato, le mani callose e il vizio di potare gratuitamente gli alberi da frutto che vedeva nei giardini delle ville, i cui proprietari neanche si accorgevano che, dopo l’intervento del nonno, i frutti aumentavano senza ritegno.
-Guarda lì, guarda quel povero albicocco come soffre! Questi si mettono gli alberi per dire che hanno gli alberi, e poi li trattano così, ma per piacere!
A mia nonna andava bene, anche per lei gli alberi bisognava potarli come si deve, sennò è un peccato.
Mia madre quando era ragazzina non sopportava che suo padre non si facesse mai pagare e addirittura andasse in giro a offrire cene, perché lei voleva il vestito per la festa e lo scialle e le scarpe nuove, e per il vestito lo scialle e le scarpe i soldi non c’erano mai.
Poi, crescendo, anche lei a modo suo aveva iniziato a mettere a posto le cose che non erano fatte come si deve, quindi poi dovetti fare io la parte di quello che voleva i videogiochi, le scarpe da basket e tutto quello che il supermercato mi metteva in bella mostra.
Ma dicevo di mio nonno, che aveva ammazzato i fascisti e i tedeschi e che si sentiva a posto con Dio, proprio come quando liberava gli albicocchi dai rami superflui, ché i fascisti, come quei rami che potava, succhiando succhiando stavano facendo morire tutti gli italiani e non solo.
Io non avevo delle posizioni precise in merito, ma mio nonno era una brava persona e non ho mai creduto che un morto sulla coscienza possa cambiare più di tanto il corso delle cose, sempre che questo morto sia morto per una ragione precisa e non per un capriccio, né tantomeno per denaro.
La prima volta che gli chiesi della guerra avevo circa dieci anni, e fu perché a scuola, per la giornata della memoria, ci avevano fatto vedere un documentario sulla Resistenza.
Ricordavo che il nonno aveva in una cassapanca, ben custoditi, un fucile, un coltello ancora sporco e la foto di un suo vecchio amico.
Non apriva mai la cassapanca, fui io a scoprire quel tesoro, e quando la nonna mi vide frugare fra le cose del nonno, me le diede di santa ragione.
Ad ogni modo, quando qualche anno dopo la maestra ci mostrò quegli uomini con lo stesso fucile di mio nonno e lo stesso sorriso del suo amico, conclusi senza nessun dubbio che anche lui doveva essere stato un partigiano, e pure il suo amico.
Allora glielo domandai
-Nonno, tu eri un partigiano?
Così, dal nulla, glielo chiesi senza nessuna premessa.
Cadde il silenzio e io temetti di averla fatta grossa, anche se non capivo perché, visto che il documentario li presentava come i salvatori della nazione. Mia nonna, con lo sguardo serio, si era girata verso di lui, ancora col fazzoletto a mezz’aria, fra la bocca e il grembo, e l’incertezza negli occhi.
Mia madre guardava il piatto, impassibile, ma aveva intrecciato le dita sotto al mento, cosa che faceva solo quando le risposte andavano date, anche se senza fretta.
Il nonno, invece, mi fissava, non turbato, ma mi fissava.
-E che ne sai tu dei partigiani?
-Ce li ha fatti vedere la maestra!
-Ah, e dove, allo zoo? E che ti ha detto la maestra, sentiamo un po’ che baggianate dicono adesso di noi!
Aveva confessato, era un partigiano.
Tutto contento iniziai a elencargli delle le imprese eroiche, delle difficoltà, della brutalità dei fascisti, dello spirito che animava la Resistenza, i valori, gli ideali…
Lui annuiva se i fatti erano giusti, e sbraitava quando non lo erano.
Intanto io mi riempivo d’orgoglio per questo nonno che aveva salvato la nazione, che aveva lottato come gli eroi dei cartoni animati, coltello e coraggio, e che adesso mi metteva un gradino sopra i miei compagni di classe, perché loro un nonno partigiano non l’avevano di certo.
Poi gli chiesi del suo amico, di quello ritratto assieme a lui, col fucile e il coltello.
Lì il suo volto si fece scuro.
La nonna allora prese a sparecchiare la tavola, dicendo che c’erano tanti servizi da fare e che non si poteva perdere tutto quel tempo in chiacchiere, perché tanto per parlare c’è sempre tempo; il nonno non disse una parola e si fece togliere il piatto da sotto al naso senza neanche accorgersene, e io fui spedito a fare i compiti.
Il racconto del nonno mi serviva proprio per il tema che la maestra ci aveva assegnato, dovevamo parlare della seconda guerra mondiale intervistando parenti o vicini che vi avessero preso parte.
Mi mancava qualche dettaglio, ma avevo abbastanza argomenti per poter fare un bel quadretto con mio nonno vittorioso e tutti gli altri schiacciati dalla forza dei partigiani.
Non lo feci leggere a mia madre come di solito facevo e lei neanche mi aveva chiesto, cosa stranissima, cosa dovessi portare a scuola il giorno dopo, quindi preparai il mio tema, lo rilessi tutto soddisfatto davanti allo specchio, addirittura modulando la voce per sottolineare le parti più importanti (ovvero quelle che riguardavano il nonno) e poi infilai con cura il quaderno nella cartella.
Il giorno dopo qualcosa non andò come avevo previsto.
La maestra mi fece leggere il tema, come aveva fatto con gli altri, ma a un certo punto un mio compagno si mise a gridare, diceva che i partigiani erano dei delinquenti e che suo nonno era fascista e ne aveva ammazzati tanti.
Il litigio fu inevitabile e la maestra dovette mandarci entrambi dal direttore, convocando i nostri rispettivi genitori per discutere la questione.
Mia madre me le cantò ben bene, diceva che non avevo nessun diritto di parlare della Resistenza, perché ero piccolo e capivo niente.
-Ma suo nonno era un fascista, ce l’ha detto la maestra che i fascisti erano i cattivi!
-Forse era cattivo suo nonno, o forse no, comunque non tutti i fascisti erano fascisti sul serio, come non tutti i partigiani erano veri partigiani!
Il direttore era seriamente turbato, non aveva mai visto dei bambini litigare sul fascismo e non voleva vederne mai più.
Non capivo bene perché, in fondo era stata la maestra a parlarcene, e infatti anche la maestra fu ammonita, e da quel giorno ci fece vedere solo documentari sugli ebrei o sugli americani, nessun italiano, a meno che non fosse ebreo.
Lei dava ragione a me, ne ero convinto.
Mia madre disse a mio nonno di non parlarmi mai più di certe cose, la nonna approvò e tutto parve finire lì.
Per mio nonno, invece, la questione non era chiusa.
Mi chiamò in disparte un pomeriggio, chiedendomi del litigio in classe.
Gli raccontai tutto e lui mi chiese il cognome del ragazzo:
-Bernardi!
-Bernardi dici? Fascista? Ah, forse so chi è quella carogna!
-Perché la mamma dice che non tutti i fascisti erano fascisti e non tutti i partigiani erano partigiani?
-Uhm… tua madre ha il vizio di rendere sempre complicate le cose!
-Cioè?
-Hai presente quando in classe arriva il bulletto che vuole comandare?
-Sì.
-Bene, questo bulletto, di solito, cerca di spaventare tutti per poterli poi usare come vuole. Qualcuno si ribella, qualcun altro accetta perché in fondo gli vien comodo e poi ci sono quelli che non possono fare altrimenti, perché troppo deboli o perché costretti. A un certo punto che succede, succede che quelli che non ci stanno decidono di mandarlo a quel paese, allora i deboli passano dalla loro parte, perché finalmente qualcuno li difende, ma insieme a loro arrivano anche gli altri, quelli a cui andava bene anche il bulletto, perché han visto che a cambiar bandiera si guadagna di più.
Capisci cosa intendo?
-Credo di sì. Ma i fascisti che c’entrano?
-Fra i fascisti ce n’erano di quelli che lo erano perché non potevano fare altrimenti, ma poi c’erano anche gli altri, quelli che poi sono passati come se niente fosse dalla parte nostra, a cose fatte, ovviamente, quando non c’era più da scegliere da che parte stare. Ma conciammo per le feste anche loro: i traditori, anche se tradiscono il nemico, restano dei traditori.
-E il nonno di Bernardi?
-E il nonno di Bernardi deve ringraziare Dio di essere ancora vivo!
-Lui era un fascista?
-Altroché!
Presi del tempo, ma finalmente glielo chiesi:
-Nonno, ma quella foto?
Questa volta non si turbò, ma sembrava voler raccontare qualcosa di importante.
-Quello era il mio migliore amico, Guglielmo Benassi. Avevamo fatto insieme la comunione e lavoravamo nella stessa fabbrica, quando noi contadini fummo costretti a spostarci in città per campare. Eravamo inseparabili.
Quando arrivò il fascismo, lui decise di non protestare, si fece la tessera anche se non condivideva niente del regime, ma aveva famiglia e preferiva star tranquillo, e io per questo non l’ho mai criticato.
Poi un giorno i fascisti gli ammazzarono i figli, gli presero la moglie e lui lo lasciarono in fin di vita per la strada, dopo avergli fatto bere una buona dose di olio di ricino.
Fu lì che passò dalla parte nostra.
Combattè sempre al nostro fianco e rischiò più volte la vita, dimostrando lealtà e coraggio: non aveva niente da perdere ormai, e non gli importava di morire. Ma non morì.
Poi la guerrà finì e ci ritrovammo vincitori, anche se noi della vittoria sentivamo solo la stanchezza e la voglia di ricominciare.
Un giorno venne un compagno a casa, stavano impiccando gli ex fascisti in piazza.
Mi vestii in fretta, presi il fazzoletto rosso e il fucile e andai a bussare a casa di Guglielmo, ma non lo trovai. Il compagno intanto era già arrivato in piazza e si faceva largo fra la folla; riuscii ad infilarmici anch’io e pian piano arrivai vicino al patibolo.
Fu lì che lo vidi: livido, pallido, ma non impaurito, no.
Quel giorno morì Guglielmo e per me quel giorno morì anche la Resistenza.

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