Il funerale

La mattina si annunciava torrida e polverosa, le lenzuola, scaraventate sul pavimento, erano l’unica cosa rimasta asciutta, mentre cuscino, materasso e capelli boccheggiavano di sudore.
Il funerale era alle undici, alle dieci dovevo andare da zia Carmelina e da zio Tonino. La morta aveva novantasette anni.
Non avevo mai visto zia Carmelina e zio Tonino, ma conoscevo benissimo la loro voce che a ogni Natale, ogni festività, gracchiava auguri e benedizioni.
Erano sempre stati anziani. Quando ero bambino loro erano già stati immortalati nelle foto di famiglia con rughe e acciacchi, come se il loro ruolo fosse sempre stato quello di arzilla coppia di vecchietti.
Zio Tonino guidava una vecchia Panda rossa e al suo fianco zia Carmelina sembrava una ragazzina in gita. Mi aspettavano a casa tutti sorridenti e pimpanti tanto che nessuno avrebbe mai sospettato che stessero per andare a un funerale.
-E tu la conoscevi zia Lucia?
No, non conoscevo neanche zia Lucia, di lei sapevo solo che era vedova da sempre e che i fratelli erano emigrati in Germania.
La chiesa era semivuota e il parroco aveva tutta l’aria di uno che avrebbe preferito fare altro. I pochi presenti erano dei perfetti sconosciuti, ma zia Carmelina mi fece un breve riassunto di tutte quelle esistenze che ignoravo e che avrei continuato a ignorare una volta finita la funzione.
Ci preparammo per il cimitero.
Quattro uomini enormi, impiegati delle pompe funebri, caricarono con poca grazia la bara di zia Lucia sulle spalle, mentre tutti i presenti si lasciavano andare a commenti e confidenze. La macchina del morto era già pronta sul piazzale della chiesa e doveva essere lì da un po’, almeno considerando i mozziconi di sigaretta che giacevano per terra dal lato dell’autista.
Partiti.
Il cimitero era piuttosto lontano, impossibile far fare la strada a piedi a tutti quegli anziani. Zio Tonino aveva novantaquattro anni, spesse lenti da miope e con tutti gli occhiali sembrava non vedere un accidenti.
Mentre eravamo in macchina, zia Carmelina continuava con la spiegazione della famiglia: la morta, zia Lucia, era vedova da cinquant’anni, perché suo marito era morto in miniera quando vivevano in Belgio; da allora non aveva mai smesso gli abiti del lutto. Non aveva figli e i suoi fratelli erano già tutti morti, e lei, zia Carmelina, era sua cugina, ma in secondo grado. Quelli che avevo notato tra i primi banchi erano altri cugini, questi però di primo grado. Erano arrivati per il funerale da tutte le parti d’Italia – a quanto pareva la nostra famiglia non aveva mai smesso di gironzolare, colonizzando pian piano tutta la penisola e tutto il mondo – convinti che la vedova nascondesse chissà quali tesori, ma quando avevano scoperto che aveva perduto tutti i suoi risparmi alle macchinette del baretto sotto casa, si erano dati all’isteria completa e si erano rifiutati anche di dare un contributo per funerali e loculo. Quelli nelle file centrali erano parenti più o meno alla lontana, quelli che incontri solo nei cimiteri, e conoscenti, come la barista che aveva provato ad allontanarla dalle macchinette o il garzone del supermercato che le portava la spesa a casa.
Non so perché ci fossi finito anch’io. Non avevo nessun rapporto con la famiglia, a parte gli auguri a Natale e Pasqua, ed ero convinto che non sapessero nemmeno dove abitassi, ma erano riusciti a farmi arrivare un telegramma che mi annunciava “la scomparsa della cara zia Lucia”. Neanche il tempo di leggerlo che avevo all’orecchio la voce di zia Carmelina che mi chiedeva se sapessi del funerale e che sarei andato con lei e zio Tonino.
Avevamo sbagliato strada un paio di volte, e zio Tonino manteneva la guida su un esasperante quaranta all’ora. Al cancello del cimitero non trovammo nessuno, quindi ci incamminammo in tutta fretta per non perdere la tumulazione.
Subito ritrovammo il corteo. Effettivamente con tutti quegli anziani non potevano andare troppo lontano, però qualcosa non mi quadrava: innanzitutto il prete, non mi sembrava lo stesso prete scocciato della funzione, e poi non mi pareva di riconoscere nessuno dei presenti.
– Zia, ma è questo?
– Sì, sì, e mò vuoi che non riconosca la famiglia? Vedi quello? Quello è Donatello.
Donatello. A me non diceva niente questo nome.
Arrivati al muro che avrebbe dovuto ospitare la morta per l’eternità, zia Carmelina aveva finito di raccontarmi la vita di questo Donatello, un tizio che avrei dovuto conoscere perché era venuto al mio battesimo, alla mia comunione e anche alla cresima e mi aveva anche regalato un bell’orologio di quelli che costano parecchio. Io non ricordavo niente, a parte il fatto che i vari sacramenti mi erano stati imposti dai miei genitori e che ogni volta a me interessava solo scartare i regali, quasi tutti scambiati con denaro contante in quei negozietti “Compro oro” che puntualmente ti fregano sul peso.
Intanto continuavo ad avere la sensazione che qualcosa non andasse, e il fatto che i miei zii fossero così sicuri che il morto fosse quello giusto non riusciva a convincermi.
Tumulazione finita, eravamo in fila per le condoglianze. Vicino alla tomba c’era una vecchietta che, ne ero certo, in chiesa non c’era, sostenuta da una ragazza bellissima che, ne ero ancora più sicuro, non c’era manco lei.
– Zia, mi sa che abbiamo sbagliato morto sul serio.
– Ancora con questa storia, guarda là, guarda che c’è scritto sulla lapide.
– Giuseppe Cardone.
– Uh Gesù, te l’avevo detto io, muoviti, madonna che figura!
Alla tomba non trovammo nessuno, solo un vecchietto che spazzava i fiori calpestati e che raccoglieva quelli ancora buoni.

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