Filippo Maria Cozzolino

-La verità è che io non ho proprio nulla da dire!
Filippo Maria Cozzolino era un impiegato delle poste, di quelli col riporto ben lucidato e le manine magre e ossute, con le quali agilmente sfogliava bollette e francobolli.
Aveva 43 anni e viveva ancora con sua madre, Maddalena Acciarino, vedova di ferroviere, venuta a Roma dalle campagne campane per seguire il marito su treni e binari, gli stessi treni dove avevano passato la luna di miele.
Era figlio unico, si era diplomato in ragioneria, ma non era riuscito a trovare altro lavoro che alle Poste, impiego di cui comunque andava fiero, perché, diceva, offrire un servizio ai cittadini non era cosa da poco.
Tornava a casa verso le sette di sera e sua madre gli faceva trovare pronta la cena, sempre la stessa, la televisione sintonizzata sul telegiornale, e una mediocre bottiglia di vino rosso che però lei non beveva mai.
Non aveva una fidanzata, ma i suoi colleghi sapevano che era segretamente innamorato di un’altra impiegata, Betta, una trentacinquenne sola, pessima cuoca ma coll’ottimo pregio di credere che il silenzio fosse sinonimo di eleganza e signorilità, due qualità che decisamente le difettavano.
La vedova Acciarino, invece, parlava in continuazione: del meteo, della comare che aveva un figlio degenere, della vicina che sicuramente era una poco di buono, e del macellaio, quell’impudente, che ogni giorno le faceva battute sulle salsicce, e lei sempre si indignava, ma col sorriso, perché era vedova, mica una salma.
Mentre fingeva d’interessarsi alle ciarle della mamma, Filippo scambiava occhiate complici col padre, che lo fissava dal centro della tavola, ben stretto in una cornice di finto argento, di quelle che diventano nere solo a guardarle.
Pranzava tutti i giorni nel ristorantino dietro le Poste, sempre solo e ordinando sempre lo stesso menù: spaghetti al pomodoro, cotoletta alla milanese e caffè lungo. Acqua naturale.
La cameriera neanche più gli chiedeva se volesse altro, si limitava a sorridergli come si sorride a un bambino, e a chiedergli quando lo avrebbe trovato al tavolo in dolce compagnia.
Lui le sorrideva garbatamente, infilando il tovagliolo nel collo della camicia, e le rispondeva che prima o poi a quel tavolo si sarebbe seduta lei.
Comprava il giornale solo per abitudine, prendeva il Corriere, perché gli sembrava quello meno di parte.
Suo padre era stato comunista, lui non sapeva cosa essere, ma votava DC perché andava a messa tutte le domeniche con sua madre e perché il parroco gli aveva detto che i comunisti sono dei balordi, pure se suo padre non era un balordo.
Non era neanche esattamente cattolico.
Non bestemmiava e andava a messa, ma la sua religione finiva lì, non come sua madre che ogni sera, fra un Mike Buongiorno e un Maurizio Costanzo, sgranava il rosario per la buon’anima del marito, perché era sì una brava persona, ma essendo comunista, occorreva che lei pregasse per lui, perché fosse comunque ammesso in paradiso.
Aveva una vecchia cinquecento azzurra in buone condizioni, ma molto scomoda quando si trattava di fare la spesa. In compenso trovava facilmente parcheggio e soprattutto non poteva permettersi un’automobile diversa. Quando avrebbe avuto una compagna, allora avrebbe anche comprato una macchina nuova, magari una di quelle familiari americane, dove oltre a dieci figli, puoi mettere anche borsoni e ombrellone e andare al mare.
Claudio, suo vicino e amico di infanzia, aveva comprato una station wagon subito dopo il matrimonio, aveva avuto sei maschi e ogni giorno li scarrozzava per la città, li portava in vacanza e si divertiva un mondo con la sua auto e la sua mogliettina, ancora bella e giovane nonostante le gravidanze.
Filippo però non lo invidiava, solo, di nascosto quasi anche a se stesso, gli capitava di immaginare lui, Betta e i loro sei figli a bordo della stessa auto, mentre partivano felici per una settimana bianca, sicuri di non aver dimenticato nulla perché quel bagagliaio gli avrebbe permesso di portare con sé anche il superfluo.
Ovviamente, Betta non sospettava minimanente di queste fantasie del suo collega, sapeva, sì, che nutriva per lei una certa simpatia, che alle volte le capitava anche di ricambiare, però sognava di sposare un uomo ricco e raffinato, un uomo che le avrebbe permesso finalmente di non lavorare lasciandola libera di seguire la sua vocazione: oziare.
Oltre a non saper cucinare, Betta aveva anche il difetto di essere bruttina e soprattutto non faceva nulla per sembrare più graziosa.
Vestiva sempre allo stesso modo: gonna alle ginocchia, mocassini di cuoio marroni per le mezze stagioni, stivaletti alla caviglia d’inverno, e sandali d’estate; sopra aveva sempre una camicia a maniche lunghe, e sempre un golfino sulle spalle, ora di lana, ora di cotone, sul quale cadevano dei poco curati capelli castani, ispidi e disordinati, capelli di cui lei però stranamente si vantava.
Non portava occhiali, ma aveva comunque uno sguardo da miope, probabilmente perché credeva di darsi un certo tono, mentre, al contrario, otteneva il risultato di sembrare un po’ tonta.
Filippo era l’unico a corteggiarla fra i colleghi, e probabilmente era l’unico in assoluto, ma lei continuava imperterrita a puntare più in alto, tenendo comunque buono il suo unico spasimante, giusto per assecondare quella naturale vanità che ogni tanto pretende anche lei qualche soddisfazione .
In genere lavoravano distanti: lei alla cassa numero uno e lui alla dieci.
Lei non era una gran lavoratrice e non era neanche gentile con i clienti. Si vedeva che lavorava per campare, eppure faceva sempre la parte della donna emancipata che non aveva bisogno di un uomo per mantenersi, si credeva moderna e interessante, ma soprattutto era davvero antipatica.
In ogni caso, a Filippo piaceva, fantasticava su di lei e a modo suo la corteggiava ogni giorno. A modo suo, perché come corteggiamento non era dei migliori e non era neppure troppo convinto: si limitava a sorriderle e a chiederle se volesse un caffè o un tè, invito che lei ogni giorno rifiutava e che lui ogni mattina rinnovava.
Però si capiva che gli piaceva, anche se non l’aveva mai invitata a pranzare con lui o a uscire.
Il punto era che per lui alcune cose dovevano andare in un certo modo, gli eventi dovevano svolgersi esattamente come li aveva pensati, e modificare anche solo una cosa banale come il pranzo, non era decisione da prendere così alla leggera.
Prima il caffè, poi avrebbe pensato al resto.
Che fosse un abitudinario lo sapevano tutti, all’inizio lo credevano uno sulle sue, uno di quelli che lavorano  convinti di essere gli unici a lavorare, ma col tempo avevano familiarizzato con le sue stranezze, sulle quali comunque aveva la meglio la sua gentilezza e soprattutto la sua disponibilità a sostituire i colleghi in ferie o in malattia.
Appena arrivava a lavoro, sempre e immancabilmente alle sette e trenta, lasciava giacca e borsello nel suo armadietto, andava in bagno a lavarsi le mani, e senza fretta raggiungeva la sua postazione, dove, sempre in ordine, trovava le sue carte, gli spiccioli per il resto e un giornaletto con dei cruciverba per i rari momenti morti.
Faceva pausa verso le dieci, il tempo di un caffè, una sosta in bagno e poi di nuovo si immergeva fra bollette e pacchi, fino all’una, quando l’ora del pranzo gli regalava una pausa più lunga.
Allora si alzava, metteva il cartello “chiuso” alla cassa, si lavava le mani e andava a riprendere le sue cose nell’armadietto.
Poi comprava il giornale, che teneva arrotolato sotto l’ascella fino al ristorante, e lo sfogliava distrattamente aspettando che Rosina gli portasse il solito pranzo.
All’arrivo degli spaghetti, sorridendo alla cameriera, posava il giornale, andava a lavarsi le mani e incominciava a mangiare, sempre senza fretta.
Quando qualche imprevisto lo costringeva a ritardare anche solo di pochi minuti, iniziava ad aprire e chiudere nervosamente la mano destra, mentre passava la sinistra sulla coscia, come a volerla asciugare dal sudore; se, invece, qualche conto non quadrava, iniziava a sollevare e riabbassare gli occhiali col naso, aggrottando la fronte, e continuando così fino a quando tutto non tornava in ordine.
Del resto erano poche le cose che gli davano fastidio, e in genere organizzava le sue giornate calcolando anche imprevisti e contrattempi.
Un tempo era la madre a preoccuparsi della dispensa, ma la vecchiaia da qualche anno le impediva di portare carichi eccessivi, per cui lui aveva dovuto inserire anche quell’incombenza fra le sue mansioni settimanali.
Non gli dispiaceva però aiutarla. Certo, lui era indipendente economicamente, ma era sempre vero che era lei a cucinare, a rifargli il letto e a pulire la casa, e lui non era di certo uno di quei figli ingrati che fino ai 50anni vivono a spese dei genitori.
Sicuramente un’ altra persona avrebbe trovato qualche difficoltà a dividere l’appartamento con la mamma a 40anni suonati, ma la sua vita non gli faceva pesare la sua presenza, non aveva donne da portare la sera, non rientrava mai tardi, e non aveva neanche bisogno di spazio: la sua stanzetta andava più che bene, potendo ospitare un letto, un comodino e un armadio.
Aveva anche un piccolo scrittoio, un mobiletto quasi sempre chiuso ma che ogni tanto gli capitava di aprire per scrivere qualche biglietto di auguri o di condoglianze, o per fare i conti a fine mese.
Non ascoltava musica, eccetto quella che ogni tanto passavano in televisione; non era neanche un grande appassionato di letteratura, ma cercava d non farsi sfuggire le novità editoriali, letture che si riservava per le due settimane di ferie estive o per la settimana invernale, vacanze che trascorreva sempre con la madre, sempre ad Ostia d’estate e sempre a casa d’inverno, perché lei non riusciva a viaggiare col freddo.
Ogni tanto Claudio gli faceva notare come stesse sprecando la sua vita, gli diceva che certe cose van fatte da giovani, che avrebbe dovuto pensare a divertirsi.
Non che gli desse torto, però non riusciva ad accettare che qualcuno trovasse da ridire sul suo stile di vita, che, in fondo, era un modo di vivere come un altro, non tutti siamo destinati al divertimento o a metter su famiglia.
Certo, pensava a Betta, ma contemporaneamente pensava a come gli avrebbe stravolto la vita.
Probabilmente anche per questo motivo rimandava sempre di corteggiarla come si deve, e ancora più verosimilmente il suo sentimento non era che una delle sue innumerevoli abitudini, indispensabile, sì, ma solo per scandire a dovere la giornata.
I suoi colleghi, però, si erano scocciati di quella routine e un giorno decisero di anticiparlo e di scrivere, copiando la sua grafia, un bigliettino a Betta chiedendole di uscire; fecero lo stesso con lui, imitando la scrittura di lei:
“Vediamoci domenica alle cinque al caffè della stazione”.
Non era firmato, ma quei balordi erano dei bravi falsari e Filippo non fu neanche sfiorato da dubbio che quell’invito fosse una beffa.
Betta reagì ridendo fragorosamente, ma la cosa la divertì talmente tanto che accettò senza pensarci troppo.
Lui, invece, si fece prendere dal panico.
Non solo la sua relazione con Betta stava precipitando vertiginosamente verso il mondo della realtà, ma questo precipitare lo costringeva a modificare i suoi piani domenicali.
In più doveva trovare una scusa per sua madre, non poteva dirle che aveva appuntamento con una donna, lo avrebbe costretto a presentargliela e in fondo sapeva anche lui che non avrebbe mai visto di buon occhio Betta e le sue cattive abitudini, come, ad esempio, quella di dare del tu a tutti, senza badare a età o carica.
Ma in fondo non era neanche sua madre il vero problema, era che lui non era abituato ad uscire la domenica pomeriggio, e la sola idea di dover prendere la macchina per qualcosa che non fosse il lavoro o un servizio, lo scombussolava non poco.
Decise comunque di tentare. Il biglietto non chiedeva risposta (l’avevano pensata bene quei furbacchioni), quindi aveva ben quattro giorni per pensare a come affrontare la situazione.
Si disse che il giorno dopo, a lavoro, avrebbe fatto finta di niente, convinto che anche lei avrebbe fatto lo stesso.
Rientrato a casa, non aveva appetito, ma per non destare sospetti, mangiò ugualmente.
Si lavò i denti con cura, scelse i vestiti per l’indomani, e si mise a letto.
Il sonno tardava ad arrivare, mentre aumentava l’ansia di non riuscire a dormire abbastanza.
Anche le ore di sonno erano perfettamente calcolate: sempre otto, non un minuto di più e non uno di meno.
Sua madre soffriva d’insonnia e il medico le aveva prescritto un leggero sonnifero, pensò che non sarebbe stata una cattiva idea prenderne uno anche lui, e tornò in bagno dove c’era l’armadietto con i medicinali.
Appena lo ingoiò si sentì subito sollevato e tornò a letto rilassato, riuscendo poco dopo ad addormentarsi senza fatica.
Il giorno dopo la sveglia suonò come ogni mattina alle sei e trenta.
In genere apriva gli occhi qualche secondo prima del trillo, attendeva che suonasse e poi si alzava, preparava il caffè e mentre aspettava che la moka facesse il suo dovere, lavava accuratamente viso e orecchie e si vestiva; poi beveva il suo caffè, beveva un bicchiere d’acqua e si lavava i denti, pronto per un’altra giornata di lavoro.
Questa volta però qualcosa non andò per il verso giusto.
Forse per il sonnifero, forse per l’agitazione, questa volta Filippo si svegliò, sì, ma alle otto.
Si alzò preso dal panico, si vestì frettolosamente, dimenticando la cravatta e abbottonando la camicia alla rinfusa; non prese il caffè, non si lavò viso e orecchie e arrivò a lavoro tutto trafelato, tanto che i suoi colleghi credettero avesse avuto un incidente o un brutto incontro.
Tentò goffamente di minimizzare la cosa, andò nel bagno dei dipendenti per cercare di darsi un tono, ma le sue mani continuavano a muoversi nervosamente.
Era il primo ritardo della sua carriera.
Man mano che passavano le ore, la sua confusione aumentava; non erano neanche le undici, e aveva preso già tre caffè, aveva sbagliato tre volte a dare il resto e aveva mandato in tilt il computer; all’ora di pranzo non aveva appetito, perché i troppi caffè gli avevano dato un po’ di acidità, e decise di fare una passeggiata per negozi, per prendere un po’ d’aria e schiarirsi le idee.
Camminando, notò che le persone lo guardavano male; si specchiò in una vetrina e vide che i bottoni erano ancora tutti scombinati, per non parlare dei capelli!
Chiese cortesemente a un cameriere di fargli usare il bagno del bar e, per non risultare maleducato – in verità per paura che gli dicesse di no – ordinò un pezzo di strudel e si diede una sistemata.
Riuscì a calmarsi, e il pomeriggio non gli riservò ulteriori scocciature, escluse le sue mani che non ne volevano sapere di star ferme.
Tornato a casa, disse alla madre che non avrebbe mangiato, che preferiva tenersi leggero perché non era riuscito a dormire bene; si mise a letto e si addormentò quasi subito, stremato dalla stramba giornata.
Riuscì a svegliarsi in orario, ma con addosso una strana sensazione, una sensazione che si sfogava tutta sulle sue mani.
Andando verso la macchina, si accorse di uno strano formicolio alle gambe: era dalla morte del padre che non gli succedeva, “un sintomo isterico”, aveva detto il dottore, ma comprensibile dopo un lutto; e perché lo aveva adesso quel formicolio?
Si ricordò che doveva ancora pensare a cosa indossare per l’appuntamento.
In verità non aveva dei vestiti eleganti, aveva, sì, quelli che metteva a lavoro, ma di certo lei si sarebbe aspettata qualcosa di più, qualcosa di adatto all’occasione.
Doveva comperare un vestito nuovo.
Aveva solo due giorni di tempo, e, siccome non gli piaceva fare le cose all’ultimo minuto, decise di andare il pomeriggio stesso, dopo lavoro, per poi avere anche l’indomani in caso di ricerca sfortunata.
Questo, però, significava arrivare tardi per cena, e anche spostare la spesa settimanale, spesa che avrebbe dovuto fare domenica se non avesse avuto l’appuntamento con Betta.
Mentre tutti questi pensieri gli roteavano per la testa e mentre il formicolio alle gambe aumentava assieme al movimento delle mani, non si accorse di un semaforo rosso, e superò come un pazzo un incrocio, finendo dritto dritto contro un mercedes nuovo di zecca.
Il padrone dell’auto uscì tutto infuriato, lui, invece, che ancora non si rendeva conto di cosa fosse successo, si ostinava a rimanere in macchina, con i finestrini tirati su, mentre l’altro dava pugni sul cofano per farlo scendere.
Nel frattempo erano arrivati i vigili, lui si prese la sua bella multa – la prima della sua vita -, e fu accompagnato in ospedale per degli accertamenti.
Le lastre non mostrarono nulla di rotto, ma il medico che lo visitò, notando la rigidità alle gambe e il tic alle mani, convinto che fosse sotto shock, gli diede dei calmanti; non volle contraddire il dottore, ma la paura di non riuscire a svegliarsi un’altra volta lo fece agitare ulteriormente.
Chiamò a lavoro, raccontò dell’incidente e disse che si sarebbe assentato anche il giorno dopo e il direttore non ebbe nulla da ridire, volle anzi sincerarsi della sua salute e fu lui stesso a consigliargli una vacanza.
Filippo non prendeva mai dei giorni fuori da quelli stabiliti, non si ammalava mai, per cui neanche una semplice influenza lo aveva mai tenuto lontano dal dovere.
Adesso, però, l’idea di prendersi qualche giorno non gli dispiaceva: si rendeva conto di non essere nel pieno delle sue facoltà mentali, vedeva i suoi tic aumentare sempre più, per non parlare di quell’incidente!
Si chiedeva, solo, come avrebbe potuto trascorrere la mattinata; di prendere la macchina non se ne parlava, ma doveva in ogni caso fare la spesa e comprare il vestito.
L’appuntamento. Come poteva andare all’appuntamento senza macchina?
Il meccanico gli aveva detto che prima di lunedì non sarebbe stata pronta, e lui non poteva certo portare Betta a cena in autobus – perché dopo il caffè avrebbero sicuramente deciso di cenare assieme.
In taxi forse, ma avrebbe comunque fatto una magra figura, pure se con la sua cinquecento… Sì, il taxi sarebbe andato benissimo, e comunque lui le avrebbe spiegato, le avrebbe detto dell’incidente e lei si sarebbe anche commossa, si sarebbe preoccupata per la sua salute…
Betta. Betta non era tipo da preoccuparsi per gli altri, questo Filippo lo sapeva.
Sapeva anche che lei cercava sempre il partito migliore, che puntava al direttore o a qualcuno di ancora più importante.
Lo sapeva Filippo, lo sapeva bene. Sapeva anche che non aveva mai accettato il suo caffè alla macchinetta, eppure adesso era stata lei ad invitarlo per un caffè, al bar, di domenica.
Qualcosa non gli tornava, eppure non aveva dubbi: quel biglietto lo aveva scritto lei, solo che non si spiegava il perché.
Non sapeva neanche bene di cosa poter parlare, non conosceva i suoi gusti e lui non aveva niente di interessante da mostrarle o da raccontarle.
Poteva essere interessata una donna a un uomo come lui? Un uomo che ancora condivideva la sua vita con la madre, che non faceva che andare a lavoro, fare la spesa e andare alla messa?
Un semplice appuntamento stava mettendo in discussione tutta la sua vita.
Mentre si faceva prendere da queste ansie, era tornato a casa, aveva tranquillizzato la madre, avevano pranzato insieme e aveva riposato un po’.
Uscì verso le cinque, voleva comunque comprare dei vestiti per l’occasione, nonostante tutto iniziasse a sembrargli strano.
Si era dimenticato di avere la testa fasciata, l’incidente lo aveva fatto sbattere contro il volante e al pronto soccorso gli avevano messo sette punti; niente di grave, ma il suo aspetto sconvolto risultava ancora più strampalato con quella medicazione.
Stava andando, quasi sovrappensiero, verso la boutique dietro l’ufficio postale, anche perché non conosceva altri negozi, in genere era sua madre a scegliergli i vestiti, molti dei quali venivano dall’armadio di suo padre.
Suo padre. Se non fosse morto così presto, lui probabilmente adesso avrebbe una vita meno monotona: senza il peso della madre, senza l’obbligo di portarla in giro, di farle compagnia.
Filippo sapeva cucinare, se la cavava discretamente ai fornelli, ma sua madre non gli permetteva di preparare niente, doveva occuparsi lei di certe cose.
A lui all’inizio andava anche bene, era comodo trovare la cena pronta, il bagno pulito, il letto rifatto… Ma non era abbastanza per tutto quello cui lui stava rinunciando.
Prese un autobus, non lo faceva da anni.
Per arrivare alla boutique avrebbe impiegato circa 45 minuti, traffico permettendo, questo lo ricordava. Non ricordava però di dover fare il biglietto, e il controllore non lo multò solo perché impietosito dal suo aspetto: era evidentemente in uno stato quasi febbrile.
Pensava contemporaneamente a Betta, al vestito, a sua madre, al lavoro, e mentre pensava parlottava fra sé e gesticolava come se avesse avuto un interlocutore.
Gli altri passeggeri lo guardavano in modo strano, qualcuno rideva, altri si allontanavano; lui sembrava non accorgersi di loro, impegnato com’era con i suoi farfugliamenti.
Intanto oltre a non riuscire a muovere bene le gambe, oltre ad aprire e chiudere la mano destra, ad asciugarsi la sinistra sulla coscia, aveva iniziato anche a sollevare e abbassare gli occhiali, come quando non gli tornavano i conti – perché anche adesso, in fondo, si trattava di conti che non tornavano, pure se il denaro non c’entrava nulla – e per di più i calmanti che gli avevano prescritto in ospedale gli davano una poco rassicurante aria da ubriaco.
Arrivò la sua fermata, scese spintonando qua e là gli altri pendolari e attraversò la strada senza neanche guardare se passassero macchine.
Un automobilista gli gridò qualche parolaccia, ma lui non se ne avvide, continuava a camminare come ipnotizzato, sempre parlottando fra sé, con le mani impazzite e le gambe che parevano di legno.
A un certo punto si fermò al ristorante dove i suoi colleghi andavano per l’aperitivo, e prese qualcosa da bere, spaventando quasi la cameriera.
Prese un tavolo vicino alla finestra e non si accorse che dietro di lui, troppo divertiti per notarlo, c’erano Betta e uno degli autori dello scherzo.
Lei aveva scoperto tutto, ma al posto di prendersela aveva deciso di stare al gioco e adesso se la ridevano alle sue spalle.
Nessuno dei due lo aveva riconosciuto, solo Betta aveva alzato lo sguardo per vedere chi fosse quel pazzo, ma non vi si soffermò più di tanto per paura di innervosirlo, per cui lui poté ascoltare tutta la conversazione.
In realtà anche lui non si accorse subito di loro, solo dopo qualche minuto iniziò a riconoscere le voci, soprattutto la risata sguaiata di Betta.
Presto gli fu tutto chiaro: il biglietto, le risatine di lei, l’improvviso interesse dei suoi colleghi per i suoi impegni…
D’un tratto i tic si fermarono.
Il naso si decise a lasciare in pace gli occhiali, le mani smisero di muoversi e anche le gambe trovarono quiete.
Ordinò una bistecca alla fiorentina. Erano le sette del pomeriggio, ma la cameriera non fece obiezioni.
Un quarto d’ora dopo aveva la sua bistecca nel piatto e iniziò a mangiarla lentamente ma con gusto, mentre quei due dietro ordinavano un altro spritz e avevano ormai cambiato completamente argomento.
Finito il pasto, ripiegò sapientemente il tovagliolo, e con un tono del tutto diverso da quello con cui era entrato, chiese cortesemente il conto.
Pagò, si rassettò la camicia e si alzò, restando fermo per qualche secondo.
La cameriera non si era accorta che mancava una posata quando aveva sparecchiato il tavolo e se ne stava tranquilla al bancone, controllandosi il trucco in uno specchietto da borsetta e scambiando qualche battuta con la cuoca, di cui si sentiva solo la voce fra un rumore di piatti e una canzone alla radio.
Lui la fissava sorridendo, ma all’improvviso il suo sguardo si fece serio.
Si girò verso i due colleghi senza dire una sola parola, ma con una espressione folle e immobile, restando così per un intero minuto.
Loro intanto, presi dall’imbarazzo, cercavano di capire se avesse effettivamente sentito qualcosa della loro conversazione, ma l’alcol aveva un po’ confuso le idee a entrambi e non riuscivano a ricordare in quale momento parlavano di lui e soprattutto se ne avevano parlato a voce alta.
Neanche il tempo di gridare aiuto, Betta si era ritrovata nel petto il coltello con cui Filippo aveva tagliato la sua fiorentina, e una e due e tre e dieci volte, con una rapidità e una furia da non credersi possibili; intanto l’altro, costretto bruscamente alla lucidità, si era lanciato su di lui cercando di fermarlo, ma Filippo, terminato il lavoro con Betta, pugnalò anche lui, anche se con meno violenza, lasciandolo mezzo morto a terra, mentre la cameriera e la cuoca gridavano disperate fuori dal ristorante, cercando aiuto.
I poliziotti lo caricarono senza fatica, aveva lasciato cadere a terra il coltello e non aveva opposto nessuna resistenza, e, anzi, mite come un agnellino, si era fatto condurre in macchina quasi sollevato, sorridendo alla piccola folla che nel frattempo si era radunata davanti al ristorante.
-Come non ha niente da dire, ha ucciso due persone!
-Ecco, sì, me ne rendo conto… Ma, non so proprio… Ecco, credo che c’entrino le otto ore, io se non dormo otto ore ogni notte…

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