Cesare Bonfantini

Fra i camerieri di uno dei più rinomati ristoranti milanesi, c’era uno scontento venticinquenne romano, uno dei tanti convinti che il nord Italia fosse l’equivalente del sogno americano e che aveva lasciato la capitale per trovare fortuna, amore e felicità.
Cantava ogni giorno gli stornarelli romani, e spesso lo accompagnava in seconda voce il cuoco napoletano, anche se lui era meno malinconico perché aveva uno stipendio più che consistente e aveva anche una bella moglie e quattro bei figli, tutti felici e soddisfatti.
Il cameriere, invece, soddisfatto non lo era per niente: non solo il lavoro non gli dava nessuna gratificazione, ma non aveva trovato l’amore, e la felicità non sapeva neppure che faccia avesse. In più gli mancava Roma, gli mancava il suo dialetto, la sua gente e addirittura Mariella.
Mariella era una ragazza carina ma non troppo, simpatica ma non troppo, intelligente, ma non troppo… Insomma, lui le voleva bene, ma non troppo.
Lei pensava che si sarebbero sposati di lì a breve e invece un giorno, con lo zaino in spalla, lui andò sotto casa sua a dirle che sarebbe partito dopo pranzo con suo cugino Anselmo, lasciandola con una pacca sulla spalla e uno stammi bene biascicato.
Così Cesare Bonfantini, disoccupato romano, arrivò a Milano in una calda sera di giugno, pieno di sogni e di speranze e con solo quattro stracci e due panini per il viaggio.
Suo cugino anche faceva il cameriere, ma non soffriva per questo.
-Ansè, ma come cazzo fai a fatte bastà sta vita? Semo sprecati qua, io so’ venuto pe’ famme conosce’, no pè servì a quegli zoticoni!
-A Cè, ma che spreco ciai che nun sei bono manco a statte tranquillo.
-E grazie che nun sto tranquillo, ogne giorno ‘a stessa storia: “Buonasera signori”, “se permettetete vi consiglierei la fianchetta”… E daje!
-Ahò, si nun te sta bene, trovate ‘n antro lavoro.
-Moò trovo ‘n antro lavoro, moò trovo!
Aveva provato a cercare altri lavori, partecipava a tutti i provini per film, pubblicità, serie televisive; si era proposto come modello, aiuto fotografo, giornalista, opinionista in televisione… Li aveva provati tutti, tranne quelli alla sua portata.
Il problema è che lui non solo non aveva tutta questa voglia di lavorare, ma non aveva neanche una qualche particolare predisposizione, un talento.
Se non lo avesse raccomandato suo cugino, neanche al ristorante lo avrebbero assunto, e soprattutto Anselmo dovette dargli qualche pugno nello stomaco per fargli capire che il cliente ha sempre ragione, anche quando è uno stronzo.
Una sera, però, oltre ai clienti più o meno abituali, si presentò un giovane piuttosto eccentrico.
-Ahò, ma quello è ricchione me sa, je manno Claudia!
-Ma statte zitto, statte e nun fatte sentì: quello è ‘n attore, puro famoso! E’ ricchione, sì, ma ‘o devi trattà bene.
Sentite le parole “attore” e “famoso”, Cesare stava per farsi prendere da uno dei suoi soliti attacchi di bile, ma qualcosa a un tratto parve calmarlo: era ricchione.
-Vedi e vedi che mo riesco a facce quarcosa si je piaccio…
Anselmo si era raccomandato: innanzitutto non doveva usare la parola “ricchione”, perché era offensiva, e in secondo luogo non doveva rivolgersi a lui per nessuna ragione, se non per lo stretto necessario, senza nessun tipo di confidenza.
Cesare non se lo fece ripetere due volte, ma pensava fra sé che anche se era proibito parlare, nessuno avrebbe notato qualche occhiatina ammiccante.
Immaginava già di girare per i locali più chic di Milano in compagnia del suo futuro amico, che poi si sa che i gay hanno sempre amiche bellissime e un po’ zoccole, o almeno così pensava lui.
Dopo aver fatto accomodare la tavolata e aver dato loro i menù, pensò bene di lanciare il suo primo sguardo che per lui era di seduzione, per il resto del mondo non si sa.
Ad ogni modo, contro ogni aspettativa, l’attore fu ben lieto di farsi spostare la sedia da Cesare e ricambiò con un secondo sorriso la cortesia di quel cameriere bruttino e affettato.
Tutta la cena andò avanti così: Cesare che sorrideva, l’attore che ricambiava, fino al momento del conto e dei “buonasera tornate a trovarci” e l’impacciata risatina dell’attore, che aveva già ricamato la sua bella trama casalinghe, col ricco uomo di spettacolo e il povero ma bello (bello…) cameriere sfortunato.
La scintilla era scoppiata, adesso però bisognava trovare il modo di incontrarlo di nuovo.
-Ansè, com’è che se chiama ‘r frocio?
-Ahò, e basta co’ sto frocio che me pari un burino! Che te frega si è frocio!
-E’ per dire, oh, che sei frocio puro te che t’encazzi? Come se chiama l’attore?
-E perché ‘o voi sapè?
-Ciòò vojo dì a Mariella che je vojò fa vedè che clienti ciavemo!
-Ma si quella nun ne vo sapè gnente de te, che je vai a rompe. Comunque se chiama Ettore Roscetti.
-Ma che è de Roma?
-E’ de Roma, sì, che te credi d’esse l’unico romano a Milano?
No, non pensava d’essere l’unico romano a Milano, ma pensava di aver trovato qualcosa di interessante per scambiarci due parole. Interrogando il lavapiatti gay, facendogli giurare di non dire niente a nessuno di questa sua curiosità, riuscì a sapere che l’attore frequentava una nota discoteca, nota non tanto per gente come Cesare, ma, il lavapiatti assicurava, era uno dei posti più “in” di Milano.
-Te pareva ch’er frocio se n’annava a ballà coi froci.
Così un sabato sera, senza dire nulla ma lasciando molto perplesso suo cugino, Cesare se n’era uscito con una canottiera attillata, i capelli tirati all’indietro e una dose eccessiva di dopobarba.
L’attore non lo riconobbe subito, anzi, si può dire che lo avesse già dimenticato e poi, conciato com’era, anche sua madre avrebbe avuto qualche difficoltà a riconoscerlo.
Dopo qualche goffo tentativo e vari cocktail al bancone, finalmente riuscì a farsi notare e iniziarono a chiacchierare del più e del meno, e lì Cesare riuscì a inventare una doppia vita omosessuale decisamente credibile, credibile poi soprattutto per l’attore che non ascoltava una parola di quello che gli diceva e che aveva già iniziato a ricamare trame strappalacrime.
Si scambiarono i numeri di telefono, si diedero appuntamento per un caffè il giorno dopo e da lì presero a vedersi con assiduità, a chiacchierare, a bere caffè o tè o birre e ben presto divennero una coppia.
Ettore era al settimo cielo.
Portava Cesare a tutte le feste, a tutte le prime e, dopo avergli fatto lasciare il ristorante, lo aveva inserito senza un ruolo preciso nello staff di una rivista di moda che dirigeva un suo amico; quindi adesso Cesare aveva uno stipendio voluminoso, conosceva molte persone importanti ed era diventato qualcuno.
Suo cugino, nero di rabbia, aveva detto a tutti i loro conoscenti e a tutti i loro parenti delle ultime novità, aveva spedito a sua zia i giornali che parlavano della loro storia, le foto che lo ritraevano con l’attore e tutte quelle cose che in genere non fanno piacere a dei genitori che vivono nelle borgate romane e che sperano che il loro unico figlio, il loro virilissimo figlio, un giorno darà loro i nipotini che meritano.
Le reazioni furono diverse: Mariella non disse una parola e dopo poco si fece suora; i loro amici la presero a ridere e iniziarono a cercare tracce dell’omosessualità di Cesare nei ricordi dei vecchi tempi; i genitori di Cesare… Eh, i genitori di Cesare ebbero una reazione strana. All’inizio il padre diede in escandescenze, ma poi qualcosa lo riportò alla ragione, qualcosa che sua moglie gli stava sussurrando all’orecchio mentre lui sbraitava con Anselmo al telefono:
-Ahò, Mirè, ma che voi! Che? E’ ‘n attore… E che ne so… Ansè, ‘r frocio fa l’attore? Fa l’attore, Mirè, sì… Ah… e tu credi… Ansè, ma st’attore qui, è famoso? E’ famoso, Mirè… Eh… Essì, mammagari è ‘n bravo ragazzo, no, Ansè? E’ frocio, vabbè, e che semo santi noi! Nono, va bene, va bene, abbasta che cià li sordi.
Intanto la storia d’amore proseguiva e Ettore, ormai cotto a puntino, gli aveva proposto di andare a vivere assieme nel suo bell’appartamento ai Navigli e Cesare non se lo fece ripetere due volte, nonostante temesse qualche piccola modifica nell’intimità di coppia.
E qui iniziarono i primi problemi.
Ettore non era uno di quelli che cedono al primo appuntamento, ma a un certo punto anche lui aveva iniziato a sentire il bisogno di qualcosa di diverso.
Quando andarono finalmente a vivere insieme, aveva tentato qualche timido approccio: una paroletta più spinta, un abbraccio più caloroso, un bacio più appassionato, ma niente: Cesare non dava segni di vita.
Che fosse impotente?
Cercò di rimandare il più possibile l’argomento, sperando che la cosa si risolvesse da sé, ma un giorno, non riuscendosi più a controllare, decise finalmente di capire quale fosse il problema.
Cesare sapeva che prima o poi avrebbe dovuto dargli qualche spiegazione, ma non aveva ancora ben chiara la scusa che avrebbe imbastito per farlo star buono. Così gli disse la prima cosa plausibile che gli venne in mente:
-So’ stato violentato.
Ettore non riusciva a crederci. Non solo era povero, immigrato, orfano (gli aveva detto che era stato adottato), era anche stato violentato da ragazzino, e per di più dal suo migliore amico!
Parlarono a lungo, Ettore piangeva e lo abbracciava, Cesare, senza un minimo di partecipazione emotiva, continuava a ricamare sulle difficoltà della sua infanzia, sugli abusi, sul tentato suicidio, e altri episodi, tutti rigorosamente provenienti dai giornaletti di cronaca della madre.
Dopo quel racconto, andarono in vacanza insieme, Ettore voleva che dimenticasse tutto e che finalmente si godesse una vita come si deve.
Per questa ragione, mentre prendevano un mojito su una piccola spiaggia a Formentera, Ettore gli chiese di sposarlo.
Gli confessò anche di aver pensato al testamento, non aveva parenti oltre ai genitori e non voleva che il suo patrimonio andasse a chissà chi, per cui aveva deciso di lasciare tutto a lui, appartamento compreso.
Cesare, che proprio non si aspettava una cosa del genere e che neanche sapeva che i gay si potessero sposare, accettò immediatamente e mentre accettava già un’idea strana lo aveva iniziato a stuzzicare.
Cominciarono i preparativi: niente di esagerato, solo gli amici più stretti, una piccola festa e poi via per la luna di miele.
I vestiti li scelse Ettore, che scelse anche il luogo, gli invitati e il menù.
Cesare intanto continuava a macchinare.
Sapeva che Ettore si aspettava molto dalla luna di miele, e sapeva anche che aveva ormai esaurito tutti gli argomenti per tenerlo a freno: la situazione si stava complicando.
Il testamento era pronto, Ettore lo aveva scritto davanti a lui e a un’amica, e il notaio aveva dato il suo sigillo di legalità al tutto.
I preparativi per il matrimonio e per il viaggio continuavano, Ettore correva da un telefono all’altro accompagnato dal wedding planner e Cesare si limitava ad approvare tutto senza fare una piega.
Aveva iniziato a leggere romanzi gialli e si era appassionato a tutti quei telefilm un po’ macabri che parlano di omicidi e serial killer. Gli sembrava però che gli omicidi raccontati in televisione fossero tutti poco realistici o comunque non alla portata di un assassino alle prime armi, e per i quali avrebbe dovuto comprare un sacco di cose, troppe cose, attirando su di sé forti sospetti.
Gli occorreva qualcosa di meno eclatante ma ugualmente efficace, qualcosa di facilmente reperibile e che non desse nell’occhio.
Stava sgranocchiando delle mandorle quando di colpo Ettore, lasciando cadere sul divano una serie di merletti e nastrini, gli gridò:
-Ma cos’è, vuoi avvelenarti prima del matrimonio?
Cesare non aveva idea che le mandorle potessero contenere qualcosa di pericoloso, le aveva sempre mangiate e non gli era mai successo niente.
Fece finta di non dar peso alla cosa e, anzi, scherzò sulla possibilità di avvelenarlo per ereditare tutto prima del matrimonio, intanto aveva preso la giacca, dicendo che doveva comprare le sigarette e invece si diresse verso la biblioteca, la stessa dove aveva preso in prestito i libri gialli.
Venne così a sapere che le mandorle amare contengono cianuro.
Decise di andare ai mercati generali, si svegliò di buon’ora, e con ancora il sonno addosso prese l’autobus assieme a operai, cuochi e casalinghe.
I mercati erano sterminati: bancarelle ovunque, un brulicare di persone, di scaricatori, e aste, e liti furibonde e frutta e pesce e carne… Finalmente si decise a chiedere, per la frutta secca doveva andare da Gino, perché lui aveva tutto, lo avrebbe trovato andando sempre dritto, poi girando a destra e poi dritto e poi a sinistra e poi alla voce che grida “Datteri, i datteri del pascià!”.
-Mi serve un chilo di mandorle amare e uno di mandorle dolci.
-Ohè, vorrai mica far fuori la fidanzata?
Tornò a casa col suo bel pacchetto. Ettore dormiva ancora e non si era accorto di nulla, quindi si svestì, nascose la frutta in un armadietto e si rimise a dormire, anche se stava già pensando alla ricetta degli amaretti e alle modifiche da fare.
Lo svegliò per le nove col caffè e gli disse che gli serviva la casa libera perché voleva fargli una sorpresa, invitandolo a fare shopping per l’occasione.
Appena fu uscito, Cesare tirò fuori gli ingredienti e il quadernetto di appunti, dove aveva segnato tutti i passaggi per estrarre il cianuro. Sembrava semplice, doveva solo tritare le mandorle in poca acqua e aggiungere la farina al dolce.
La ricetta originale prevedeva 40 g di mandorle amare su 500 g di mandorle dolci, decise di invertire le dosi e, se le cose non fossero andate per il verso giusto, avrebbe potuto dire tranquillamente che si trattava di un errore in buona fede, un tragico errore, certamente, ma mica sapeva cucinare lui.
Aveva appena sfornato i suoi amaretti, l’odore prometteva bene e anche l’aspetto. Fu quasi tentato dall’assaggiarne uno, ma poi per fortuna si ricordò del cianuro e, ridendo, li lasciò nel vassoio a raffreddare.
Per completare l’opera, però, doveva preparare tutta la cena, mica poteva presentarsi solo col dolce, e si rimise ai fornelli.
Quasi si stupì per quanto era stato bravo: cappellacci di zucca, brasato, tagliere con formaggi, miele e confetture e, infine, amaretti.
Chiamò Ettore per dirgli che aveva finito, e di rientrare per le otto.
Si rimise un po’ sul letto fantasticando sul funerale, sulle lacrime che avrebbe finto di versare e si addormentò dolcemente, con un sorriso soddisfatto e maligno.
Ettore arrivò puntuale e raggiante e quando vide la tavola con le candele, il vino, Cesare col grembiule e il cappello da cuoco a impiattare dei cappellacci, col brasato alle sue spalle, iniziò a piangere e a mandare dei gridolini di gioia, e corse ad abbracciarlo contento come una pasqua.
La cena fu ottima e entrambi si stupirono del suo talento, tanto che Ettore gli propose di aprire un ristorante tutto suo, che avrebbe pensato lui a tutto: alle licenze, ai fornitori, al locale, all’arredamento…
Ma bisognava finirla con le solite fantasie e Cesare tirò fuori il piatto forte: gli amaretti.
Ettore ne prese subito uno, ma già al primo morso qualcosa non gli tornava.
Non disse niente per non offenderlo, e, al posto di lasciarlo a metà, ne prese addirittura un altro.
Cesare continuava a versargli da bere, per cui non si rese subito conto che non aveva toccato neanche un amaretto, ma intanto un quarto e poi un quinto erano già nel suo stomaco.
Dopo una ventina di minuti iniziò a sentirsi poco bene.
Cesare aveva lavato i piatti ed era andato a buttare la spazzatura, ma, nonostante il bidone fosse a pochi metri dal loro portone, dopo quindici minuti non era ancora rientrato.
Intanto Ettore stava iniziando seriamente a preoccuparsi, si sentiva soffocare e aveva preso a tremare.
Chiamò un’amica e riuscì ad arrivare al pronto soccorso.
Gli fecero una lavanda gastrica pensando si trattasse di indigestione o intossicazione, ma un medico mandato lì dal cielo (o dall’inferno potrebbe obiettare Cesare), intuì l’avvelenamento e lo salvò per un pelo.
Cesare si sentiva tranquillo: aveva buttato gli amaretti e le mandorle avanzati in quartiere distante e pensò di giustificare la sua assenza con delle sigarette, perché effettivamente Ettore gli proibiva di fumare.
Il giorno dopo, quando i carabinieri gli dissero che avrebbero dovuto perquisire l’appartamento, Cesare, fingendosi distrutto, li invitò a fare tutto il necessario, quando un brigadiere, un tipo bassetto sulla quarantina, chiamò dalla camera da letto:
-Signor Bonfantini, e questo cosa sarebbe?
Aveva dimenticato sul comodino il quaderno con gli appunti sulle mandorle amare.

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