La vasca

(Uscito sul numero 13 della rivista Alibi col titolo “Riti quotidiani”)

La guardavo ogni giorno mentre usciva dalla vasca, lenta, molle, come se il vapore che avvolgeva il bagno avvolgesse anche lei di nebbia e torpore.
La rossa vernice delle pareti, rovinata in più angoli, rivestiva di ombra la luce, e si faceva più scura dove la muffa anneriva.
Appoggiata al bordo, tirava fuori prima la gamba destra, quella storta, poi ruotava sul busto e rimaneva immobile per qualche minuto, con i piedi sul tappetino, a cercare di scorgere il suo corpo nello specchio appannato.
Era un vecchio specchio anni ’80, di quelli senza cornice e con una sfumatura verdognola, più intensa nella mensola alla base, dove giacevano, piene di polvere, boccette varie; lo decorava un cuore, disegnato con un rossetto che un tempo doveva esser stato rosso, e che circondava lo stampo di un bacio, presumibilmente dato con lo stesso rossetto del cuore, ormai entrambi scoloriti e deformati dal tempo, pure se ancora resistevano.
Dalla finestra, che lasciava sempre aperta a metà, cadeva un lieve raggio proprio sullo smalto della vasca, smalto bianco e scrostato, e su quello anch’esso scrostato delle sue unghie, rosso.
Le dita erano leggermente ingrossate dal calore, così come le caviglie e i piedi, e parevano richiamare il gonfiore del mobiletto in legno, sformato dall’umidità, dove custodiva ogni sorta di trucco e rimedio.
Curava molto i suoi piedi: spalmava unguenti grassi e maleodoranti sui duroni, limava le unghie, grattava la pelle morta dai talloni. Era un’operazione piuttosto lunga, e quasi sempre era costretta a rinfrescarsi per riprendersi dalla fatica.
Poi spalancava la finestra. Gli infissi vecchi opponevano resistenza e, forzando l’apertura, le sue molli carni traballavano assieme al vetro instabile.
Il vapore mascherava poco la patina che la ricopriva, anche la luce faticava a farsi spazio in quel sudiciume, ma la cosa sembrava non infastidirla, almeno non quel tanto che sarebbe bastato a farle dare una ripulita ai vetri.
Dopo essersi rinfrescata all’aria aperta, tornava alla sua cura.
Aveva la pelle verdastra, opaca, ma si sentiva tanto bella in quell’involucro cadente.
Prima si depilava: dopo essersi ricoperta di schiuma da barba, passava con poca delicatezza un rasoio mezzo arrugginito su tutto il corpo, parti intime comprese. Poi si risciacquava dai residui e proseguiva con gli olii idratanti: quello al rosmarino contro la cellulite – ne metteva un’abbondante dose sulle mani e massaggiava a lungo natiche e cosce, con movimenti circolari ed energici; poi quello alla camomilla per seno e collo, e infine del semplice olio di oliva per il resto del corpo.
L’unto degli olii la faceva sembrare ancora più grassa, ancora più molle e grigia, eppure lei si sentiva così appagata da queste piccole attenzioni, tanto che, terminata anche questa operazione, si rimirava estasiata, controllando gli effetti immediati del trattamento.
Aveva tappezzato il bagno di foto di dive e pin-up, foto ormai quasi tutte sbiadite e logore, e ogni volta che si specchiava mimava le pose dei ritratti, donne giovani e bellissime, e sorrideva, gongolava, facendosi prendere da fantasie e sciocchezze piccanti.
Così passava un’altra ora, ancora con l’asciugamano in testa, da cui penzolavano ciocche di capelli ormai quasi asciutti.
Erano crespi e molto lunghi, tinti di un biondo pallido, che anziché ringiovanirla , la invecchiava ancora di più, mettendo in risalto tutti i segni che il tempo le aveva lasciato senza un briciolo di pietà. In genere li legava in una lunga treccia che faceva scivolare di lato, sulla spalla destra, e ci giocherellava con le dita, con fare malizioso, inclinando il viso e sempre facendo smorfiette allo specchio.
Infine il trucco. Preparava la pelle del viso con un abbondante strato di crema idratante e dedicando una decina di minuti a certi strani esercizi facciali, di quelli per la tonicità muscolare che aveva certamente scoperto guardando qualche trasmissione televisiva. Usava un fondotinta molto chiaro, quasi bianco, e con la cipria che vi aggiungeva sopra riusciva davvero a somigliare a una vecchia bambola abbandonata in soffitta da decenni.
Teneva particolarmente allo sguardo: con un ombretto blu – perché i suoi occhi erano blu – richiamava il colore dell’iride, cerchiava tutto con una spessa linea di matita anch’essa blu, ma di un blu più scuro, e completava con ciglia finte e mascara. Poi, con fare sbarazzino, colorava le gote di rosso e talvolta dipingeva un neo finto vicino alle labbra, immancabilmente rosse.
Sorrideva, mostrando i denti non tanto bianchi e macchiati di rossetto, ed era così felice, così soddisfatta…
Dava un ultimo sguardo alla finestra e indossava la vestaglia di poliestere nera, di quelle lucide che imitano la seta. La chiudeva ben stretta sui fianchi, sottolineando il ventre grosso che ormai poco si distingueva dai larghi fianchi. Prendeva il boa, sempre nero, e se lo passava voluttuosamente attorno al collo raggrinzito, enorme, decisamente diverso dai colli leggeri ed eleganti delle donne cui provava a somigliare.
Prima di andare via mi faceva un cenno con la mano, accompagnandolo con un bacio, mentre io, un grasso adolescente brufoloso, la guardavo ogni giorno dal palazzo di fronte.

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