Gerardo Scognamiglio

Gerardo Scognamiglio, grazie a un voto fatto da sua madre a san Gennaro, che lo fece lei per lui poiché lui era ateo, era riuscito finalmente a trovare un posto fisso, con contratto in regola, malattia e ferie pagate, e pure la tredicesima, con la quale avrebbe potuto ricambiare il favore se non a san Gennaro, poiché era ateo, almeno a sua madre.
Gerardo però non la vedeva così, e dava tutto il merito alla sua laurea, al suo amico Pinuccio e al fatto che non tutti muoiono dalla voglia di lavorare in un istituto tecnico della periferia di Napoli.
Gerardo Scognamiglio insegnava italiano e storia, il suo amico Pinuccio matematica.
-Certo, non è il Sannazaro, ma anche noi abbiamo le nostre belle soddisfazioni, eh, e poi qui non ci rompe le scatole nessuno. Ah, mi raccomando, non venire in macchina, prendi sempre i mezzi perché come minimo ti bucano le ruote quegli animali.
No, non era il Sannazaro, sia perché il Sannazaro era un liceo e questo era un industriale, e sia perché al Sannazaro nessuno gli avrebbe bucato le ruote.
L’incontro con la preside non fu incoraggiante.
Lui era arrivato all’appuntamento con mezzora di anticipo, pensando di trovarla già lì e di farle notare come fosse ligio al dovere, e invece quella, che ligia al dovere non lo era per niente, era arrivata con un’ora di ritardo perché si era fermata a comprare il pesce da un tizio che conosceva lei e che non poteva assolutamente incontrare in un altro momento.
Gli aveva stretto la mano calorosamente, lasciandogli una fastidiosa sensazione di umidità nel palmo destro, e distrattamente gli aveva chiesto di ricordarle cosa insegnasse e quali classi gli erano state assegnate.
Quando lui le chiese a che punto del programma erano arrivati, lei, impassibile, gli aveva risposto che non era affar suo e che avrebbe dovuto contattare l’insegnante che lo aveva preceduto, ma comunque gli avrebbe dato i registri dove avrebbe trovato tutte le informazioni necessarie.
Classe 3b, classe 4b, classe 5b.
Una quinta, doveva prepararli per l’esame di maturità.
Gli venne in mente il suo esame di maturità al liceo classico di Benevento, soprattutto la prova di greco, dove non ebbe bisogno degli aiuti del professore, aiuti di cui invece approfittò largamente il suo amico Pinuccio, che infatti adesso insegnava matematica e che di greco e latino non capiva un accidenti.
Non era neanche troppo sicuro che capisse di matematica, e questo dubbio alle volte sfiorava anche i suoi studenti, ma in quella scuola parevano non dare troppa importanza alla preparazione dei professori.
Lui invece era preparatissimo.
Aveva capito cosa avrebbe fatto da grande già all’età di undici anni, quando il suo insegnante di italiano gli disse che avrebbe dovuto fare l’operaio o al massimo l’impiegato contabile. Allora lui decise di iscriversi al liceo classico, fu presto il primo della classe e addirittura il primo della scuola; componeva orrendi sonetti che parlavano di arte e poeti, scriveva articoli per il giornalino della scuola da lui stesso fondato e da lui, e solo da lui, curato, e pian piano divenne antipatico a tutti i suoi compagni, anche a quelli antipatici.
All’università fece lo stesso, anche se lì dovette confrontarsi con altri suoi pari, ma senza troppo sforzo riuscì a farsi strada, fino a diventare l’assistente del docente di filologia greca.
Qualcosa però, forse la maledizione del suo vecchio professore delle medie, all’improvviso gettò come un’ombra sulla sua brillante carriera.
Quando finalmente era riuscito a ottenere un seminario, primo passo verso l’olimpo delle cattedre universitarie, un forte esaurimento nervoso mise la parola fine ai suoi sogni di gloria.
Dovette tornare a Benevento, dove i suoi genitori si presero cura di lui, seguendo scrupolosamente le indicazioni del dottor Esposito, un luminare di Napoli.
Rientrò in sé, ma ormai erano giunti altri più giovani di lui a scavalcarlo, e a malincuore si rassegnò ad abbandonare i fasti dell’ateneo.
E così si era ritrovato a dover accettare di insegnare in un industriale nella peggiore periferia napoletana, per di più raccomandato dal suo amico Pinuccio, quello che al liceo passava il suo tempo a fare scherzi ai professori e a infastidire qualunque essere di sesso femminile gli capitasse sotto tiro.
L’impatto con la terza classe non fu dei più incoraggianti.
Si aspettava di trovarli tutti seduti e in silenzio, frementi dalla voglia di conoscere il nuovo docente e magari anche un po’ intimoriti dalla fama che comunque si portava dietro, e invece, aperta la porta, fu travolto da un assordante vociare, da sguaiate esclamazioni nel napoletano più arcaico e, come se questo non fosse già abbastanza, trovò uno degli studenti, un enorme e rossiccio ragazzino, seduto sulla sua sedia a recitare la parte del professore.
Erano quasi tutti maschi, ventotto ragazzi e due ragazze, che però si faceva fatica a identificare come tali.
Una delle due, Rosetta, anche se aveva solo 16 anni, era truccata e pettinata come una che fa la vita, e ruminava una gomma da masticare dall’inquietante colore violaceo.
L’altra, meno appariscente, era seduta all’ultimo banco, di cui occupava una buona parte con i suoi chili di troppo, e se ne stava in religioso silenzio tenendosi la faccia tra le sue mani grassocce.
Fu l’unica a notarlo e a sorridergli, ma la cosa non fece che aumentare il suo malessere.
Riuscì comunque a farli sedere ai loro posti e a recuperare la cattedra.
Sfogliando il registro si accorse di una cosa allarmante: i professori che lo avevano preceduto non avevano spiegato neanche una riga del programma, e adesso lui, a gennaio, doveva recuperare il tempo perduto.
Chiese ai ragazzi come mai ancora non avessero aperto la Divina Commedia, e uno di loro, un tipo brutto ma che pareva dotato di una certa intelligenza, si alzò e svogliatamente gli disse che avevano avuto oltre dieci supplenti da settembre e che nessuno di questi si era preoccupato di far fare loro qualcosa, pensando che poi ci avrebbe pensato il professore successivo.
Dopo l’appello, che gli fece registrare quattro assenze, inforcò gli occhiali e disse di aprire l’antologia a pagina 54.
Nessuno aveva libri dietro, tranne l’obesa ragazzina dell’ultimo banco. Iniziò a leggere lui, sperando che qualcuno lo ascoltasse, ma non concluse neanche il primo paragrafo che suonò la campanella, il caos gli impedì di dettare i compiti per casa e li scrisse sulla lavagna, e si diresse nella quarta con grande sconforto.
Nel corridoio incontrò Pinuccio che scherzava con la professoressa di religione, entrambi puzzavano di alcol e lo salutarono di malavoglia.
La lezione successiva fu simile alla precedente: programma a zero, ragazzi che parevano usciti dallo zoo, anche se in questa mancavano completamente le ragazze.
Quel giorno aveva soltanto due ore, avrebbe affrontato la 5b il giorno dopo e la cosa lo fece tremare.
Decise di parlare con la preside e di chiederle come mai fossero così indietro con i programmi e soprattutto perché avevano cambiato così tanti professori.
Lei, sempre infastidita, come se il suo dovere fosse quello di parlare al telefono con le sue amiche e non quello di badare alla scuola, gli rispose che non c’erano più i professori di una volta e riprese la sua telefonata come se nulla fosse.
La quinta non si distinse dalle altre classi, e anche lì dovette constatare che non solo non avevano mai aperto il libri dell’anno in corso, ma che anche quelli degli anni precedenti dovevano essere ancora ben sigillati in qualche remoto angolo delle loro case.
Il suo amico Pinuccio, cui importava solo di conquistare la professoressa di religione e di portare lo stipendio a casa, gli disse che doveva preoccuparsi di meno, andare in classe, firmare e fare ogni tanto qualche verifica.
Gerardo pensava ogni giorno più morbosamente ai bei tempi universitari, quando i ragazzi pendevano dalle sue labbra e animavano discussioni degne degli antichi simposi, mentre adesso, costretto fra le strette mura dell’ultimo istituto d’istruzione napoletano, doveva lottare con i suoi nervi e i suoi intestini per non esplodere in reazioni esagerate all’ennesimo congiuntivo martoriato.
Ma la cosa peggiore era che nessuno, ma proprio nessuno sembrava interessato alla sua preparazione.
Accettando la cattedra, nonostante lo scarso entusiasmo, si era comunque consolato all’idea dell’onore in cui lo avrebbero tenuto: era pur sempre l’unico professore degno di questo nome che avesse mai messo piede in quella scuola. E invece no. Invece tutti lo avevano preso subito in antipatia, e tutti lo consideravano un mezzo cretino.
La preside sbuffava ogni volta che lo incrociava, Pinuccio lo evitava senza curarsi troppo di nascondergli la cosa, gli altri colleghi lo trattavano male. Solo i ragazzi non avevano per lui una particolare antipatia, si limitavano a ignorarlo come ignoravano gli altri professori.
I giorni passavano e la frustrazione cresceva, non senza conseguenze.
Qualche piccolo cambiamento iniziava a farsi strada, all’inizio impercettibile ma via via sempre più marcato. Ad esempio il dialetto. Gerardo detestava il dialetto, fingeva di non capirlo e cercava in tutti i modi di eliminare la cadenza campana, che considerava provinciale, volgare. D’un tratto aveva iniziato a usarlo anche lui. Poche cose, qualche battuta, qualche esclamazione più vivace, ma poi pian piano la cosa gli prese la mano.
Entrava in classe con un “Uè uè”, quando interrogava avvisava che “teneva a cazzimma”, e se gli alunni facevano scena muta domandava loro se non “si mettessero scuorno”.
Anche i suoi modi erano strani: salutava la preside gridando dalla parte opposta del corridoio, andava da Pinuccio e lo punzecchiava sulle femmine che intortava, mettendolo puntualmente in imbarazzo, arrivava in ritardo, usciva prima, approfittava delle ore scolastiche per fare la spesa o pagare le bollette, insomma: si era adeguato.
La cosa sarebbe anche potuta passare in secondo piano, in fondo non è così strano che ci si arrenda alle consuetudini altrui, per quanto deprecabili; il punto è che Gerardo, oltre a parlare dialetto, gridare come un gibbone e tutto il resto, aveva ricominciato a ridacchiare da solo.
La prima volta gli era successo poco prima di quel maledetto esaurimento nervoso: parlottava fra sé, rideva, gridava. Poi si venne a sapere che non dormiva da giorni, non mangiava, e, vuoi non vuoi, la testa gli aveva dato uno stop.
“Lavora troppo” aveva detto lo psichiatra, e fermò tutto con risperidone e tavor.
All’epoca, però, Gerardo oltre a non essere solo, era anche ben controllato dal suo amato professore, che non teneva tanto alla sua salute, quanto al non fare figuracce presentando assistenti incapaci, per cui, ai primi accenni di squilibrio si mosse subito per mettere a tacere un inevitabile scandalo.
Adesso la situazione era decisamente diversa. Sua madre non si sarebbe accorta nemmeno se avesse iniziato a vestirsi da donna, presa com’era dai suoi rosari e dai pranzi da preparare; Pinuccio era troppo impegnato a badare ai fatti suoi e così anche gli altri colleghi e la preside.
Solo la ragazza grassa della terza b si era accorta di qualcosa, e, anche se non sembrava molto sveglia, si decise che sarebbe stato meglio non andare a scuola l’indomani quando Gerardo le disse una frase che la lasciò attonita per parecchie ore.
Dovettero immobilizzarlo in quattro. La madre lo aveva accompagnato in ambulanza gridando disperata, e furono costretti a sedare anche lei.
Pinuccio non ce l’aveva fatta, l’insegnante di religione se l’era cavata riparandosi nell’armadio (vuoto) degli strumenti di chimica, mentre la preside era in rianimazione
Quando i genitori le chiesero cosa le avesse detto il professore da spaventarla tanto, la ragazza della terza b rispose:
– “Penso che ucciderò qualcuno”. Questo mi ha detto.

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