Istrice, racconto partigiano

Paura. Era l’unica cosa che riuscivamo a pensare, tutti, senza falsi eroismi.
All’epoca avevo 13 anni e a dire il vero non capivo bene cosa accadesse attorno a me. Vivevo in campagna, andavo alla messa, e volevo sposare Margherita, che però non penso volesse sposare me.
Mia madre cantava ogni giorno canzoni d’amore, e dalle altre case le rispondevano le altre madri con le loro canzoni, sempre d’amore.
Un giorno però presero a cantare canzoni diverse, non erano d’amore, lo capivo, anche se parlavano di belle da salutare. Le cantavano col cuore gonfio, capivo anche questo.
Poi vidi mia sorella andare con una vicina nel bosco, portavano cesti carichi di cibo e altre cose che non mi fecero vedere. Non sapevo perché andassero nel bosco, ma poco dopo ci andarono anche mio padre e i miei due fratelli più grandi.
Il bosco è una seconda madre. Ti nasconde, ti nutre, ti ripara dal freddo e dall’afa.
Da bambino impari a chiamare per nome alberi, animali, piante; impari a raccogliere le more e a raccogliere aghi di istrice. Usi i suoi cespugli e i suoi rami per giocare a nascondino o per giocare alla guerra: ti dà spade da sguainare, fionde, proiettili; ti regala anche i fiori da portare alla tua bella, diversi ogni stagione, o anche quelli da portare a chi ti ha lasciato.
In quei giorni il nostro bosco divenne più di una madre, divenne complice, e divenne salvezza.
Le giornate scorrevano lente e identiche, a mutare gli animi ci pensavano gli scoppi dei fucili, solitari, ma che, ci dicevano, fintanto che rimanevano isolati, nulla sarebbe accaduto.
Qualche volta, e sempre di notte, qualcuno tornava ai fienili, perché ferito o perché morto, e allora le donne accorrevano, con calma, una alla volta, a prestare soccorso o a lavare le spoglie.
Il medico del villaggio era anche lui nel bosco e spesso gli uomini che arrivavano avevano già avuto le prime cure, ma pian piano le nostre madri e le nostre sorelle divennero esperte infermiere, e, alla morte del dottore, seppero non farci rimpiangere la sua scomparsa.
Il parroco decise di far prendere la Comunione e la Cresima a tutti quelli che ancora non le avessero ricevute, grandi e piccini; io non ero neanche battezzato perché mio padre era comunista, anche se andavo lo stesso a messa. Così mia madre decise per conto suo di farmi prendere i sacramenti tutti assieme, giacché il babbo era nel bosco, e me lo disse piangendo, aggiustandomi mille volte la camicia e ripetendomi che se gli uomini impazziscono, bisogna affidarsi a Dio.
Credo ce l’avesse con mio padre perché era andato nel bosco senza la benedizione di don Angelo e non voleva che ci andassi anch’io senza una preghiera a vegliare su di me.
Erano sempre le donne a portare le notizie, o a volte i ragazzini, quando per loro sarebbe stato troppo rischioso uscire da sole.
Venivano in bicicletta, sudate e accaldate, sempre con i cestini carichi di qualche bene da scambiare per non dare nell’occhio. Ogni volta che una di loro giungeva o una delle nostre partiva, un’aria di attesa si fermava su tutti e anche gli animali sembravano impazienti di sapere.
Ci dicevano dei tedeschi, ci raccontavano degli altri villaggi, ci aiutavano a nascondere per tempo maiali, vacche e provviste.
Un giorno arrivò da noi Maria, una staffetta del villaggio più vicino. Aveva i vestiti strappati ed era coperta di lividi. Aveva incontrato i fascisti, gli stessi fascisti per cui era corsa ad avvisarci.
Mia madre la prese in braccio e la portò nella sua stanza, la lavò, aiutata da altre donne, e poco dopo arrivò anche don Angelo.
Mi annoiavo a casa con la mamma. Sapevo che gli uomini avevano i fucili e difendevano il villaggio, e già dicevo a tutti i ragazzini più piccoli che presto sarei partito anch’io, che i grandi avevano bisogno di me e che non era giusto che io, ormai adulto, continuassi a fare la vita di donne e dei bambini. Lo dicevo con una certa fierezza, ma ad essere sincero non avevo idea neanche di come si imbracciasse un fucile, figuriamoci sparare.
Ma poi quel giorno arrivò: mio zio, che adesso si faceva chiamare “Saetta”, venne una notte a parlare con mia madre.
Li spiavo dalla fessura della porta della cucina, cercando di capire cosa stessero dicendo, ma le loro voci sommesse non mi permisero di ascoltare; vidi solo la rabbia disperata di mia madre, tutta racchiusa nel tremore delle sue mani, strette sul grembo.
Mio zio stava in silenzio, con due schioppi in spalla (uno doveva essere per me), guardava tetro il pavimento e ogni tanto alzava lo sguardo su di lei.
Mia madre aveva imparato già da qualche tempo a non piangere più, sapevo che era preoccupata quando smetteva di cantare.
Era il silenzio a parlare dalle nostre parti, e in silenzio mi salutò, abbracciandomi forte e facendomi anche un po’ vergognare di quell’abbraccio.
Mio zio mi prese per mano e mi portò via, anche lui in silenzio, ma con un sorriso serio e virile.
Camminavamo ormai da un’oretta e il cielo non ne voleva sapere di farsi più chiaro, lui però pareva trovarsi a suo agio nell’oscurità, mentre io inciampavo ad ogni passo.
Lo conoscevo il bosco, ma lo conoscevo di giorno, quelle fronde nere e cupe mi misero un po’ di timore.
“Ti ci abituerai, vedrai”, mi rassicurava.
A un certo punto ci fermammo, mio zio si sedette su una pietra e prese i fucili.
Mi domandò se sapessi sparare, gli dissi di no.
“Non preoccuparti se le prime volte ti manderà per terra, dovete prendere confidenza”.
E presi confidenza col mio fucile. Mi raccomandò di non separarmene mai e di usarlo solo se necessario, perché le munizioni erano poche.
Gli chiesi di mio padre, se anche lui avesse un fucile e se avesse ucciso qualcuno.
Mi disse che quello che avevo era proprio il fucile di mio padre, che lo aveva lasciato a me, ma non aggiunse altro.
A quei tempi si parlava poco, si diceva tutto senza troppe parole. Si lasciava un fucile in eredità e si smetteva di cantare, così capivi cosa succedeva realmente.
Solo ai bambini si raccontavano storie.
I fascisti, invece, quelli parlavano.
Arrivavano con le loro uniformi e iniziavano a parlare, a toccare… Avevo imparato a non fidarmi di chi parlava troppo, le parole servivano a nascondere, a imbrogliare.
Smisi di parlare anch’io.
Avevo scelto un soprannome; all’inizio credevo fosse un gioco, come quando, da bambino, giocando alla guerra, fingevo di essere questo o quel generale. Invece quel nome, adesso, serviva ad altro, serviva a darci coraggio, ma anche a proteggere le nostre famiglie.
Dovevamo dimenticare tutto e tutti per non permettere ai fascisti, in caso di cattura, di sapere chi ricattare: un uomo senza famiglia è meno fragile, ha meno punti deboli.
Prima da noi arrivavano solo i fascisti, a rubare cibo e a infastidire le donne, ma di tedeschi non se ne vedevano. Arrivarono presto anche loro.
Paura. Era la prima volta che la provavo. Una paura cieca.
Erano alle strette, questo lo sapevamo, ma proprio per questo erano più feroci.
Ne uccidemmo una ventina: una sentinella li aveva visti arrivare da lontano e decidemmo di attaccarli. Bastò qualche granata per fermarli, molti saltarono in aria, per gli altri ci servimmo dei loro stessi mitra.
Ma era una trappola, per farci uscire allo scoperto e presto fummo circondati.
Di quel giorno ricordo solo le grida: di mia madre, dell’intero villaggio.
Ricordo le fiamme e le loro parole, in quella lingua tremenda.
Ricordo la paura. La morte non fa così paura.
Il giorno dopo arrivarono gli alleati.
Mi trovò un americano, respiravo ancora sotto il corpo di mio zio.
“Istrice”, disse a un suo compagno, mentre teneva in mano il mio fazzoletto, con una pronuncia che mi fece quasi sorridere.

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